Primavera, estate, autunno, inverno... E ancora primavera

Bom yeoreum gaeul gyeoul geurigo bom

COREA DEL SUD, GERMANIA - 2003
Primavera, estate, autunno, inverno... E ancora primavera
In un piccolo monastero coreano, posto su un laghetto circondato dalle montagne, un bambino apprende dal suo vecchio maestro la dottrina buddhista. Dopo qualche anno, l'allievo sperimenta l'amore e fugge dal tempio. Ma la vita al di fuori del monastero per lui si rivela un inferno quindi decide di tornare indietro e seguire il suo percorso spirituale...
  • Altri titoli:
    Spring, Summer, Fall, Winter... and Spring
  • Durata: 103'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: KARL BAUMGARTNER E LEE SEUNG-JAE PER KOREA PICTURES, LJ FILMS, PANDORA FILMPRODUKTION, CINECLICK ASIA
  • Distribuzione: MIKADO (2004)
  • Data uscita 11 Giugno 2004

RECENSIONE

di Oscar Iarussi
Difficile raccontare, descrivere questo film del quarantaquattrenne sudcoreano Kim Ki-duk, lanciato in Europa da una serie di affermazioni nei festival di Venezia, Locarno, Berlino. Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera è infatti indescrivibile, si sottrae alla narrazione, alla sintesi, come d'altronde alla traslitterazione degli ideogrammi che tanta parte, misteriosa ai nostri occhi, hanno nella vicenda. È cinema allo stato puro, è visione/contemplazione delle cose senza il degrado della messa in scena e con raro ricorso alla parola. Peraltro il doppiaggio non gli giova: meglio sarebbero i sottotitoli per non intaccare la magia sonora di una lingua "incomprensibile". Certo, si può dire che il film è ambientato in un minuscolo tempio su una chiatta nel lago Jusan Pond, un'isola di beatitudine, ma non solo, nel mezzo delle montagne. Là un bambino impara dal suo maestro la dottrina buddhista con un apprendistato basato sull'esperienza, ad esempio sulla messa al bando della crudeltà contro gli animali (difficile non pensare alla tortura "tornata di moda" in Iraq). Stagione dopo stagione, il bimbo cresce, diventa un giovanotto, s'innamora di una ragazza giunta lassù bisognosa di erbe curative e la segue in città dove un giorno - accecato dalla gelosia - la ucciderà. In fuga, il Nostro si rifugia nell'eremo lacustre per espiare il delitto attraverso una scrittura rituale e quindi si lascia arrestare da due poliziotti. E non manca la scena "comica" del vano tiro a segno dei detective armati di pistola contro un bersaglio che il vecchio monaco zen colpirà senza prendere la mira, con un sassolino! Anni dopo, dal carcere il protagonista rientra nel tempio del maestro - che panteisticamente s'era dato fuoco su un pira galleggiante -, e rinverdisce gli esercizi spirituali e marziali, pronto a sua volta a farsi mentore di un altro bimbo, a introdurre una nuova primavera. Il tempo è circolare, è un eterno ritorno, è tutt'altro dall'idea lineare del progresso, un mito occidentale. Ma ciò detto, è detto nulla. Il film è altrove, è un pesce nell'acqua per la naturalezza mai noiosa delle scene, è spiazzante persino rispetto all'estetica del regista, il pittore-sceneggiatore-montatore-scenografo-attore Kim Ki-duk (lo vediamo nei capitoli autunnale e invernale) che ci aveva sedotto col raffinato erotismo e la violenza implosiva di film come L'isola e Indirizzo inesistente. Le diverse stagioni corrispondono, secondo lo stesso autore, "al tema delle qualità che cambiano negli esseri umani: il senso della maturità nelle nostre vite, la crudeltà dell'innocenza, l'ossessione nei desideri, il dolore nei propositi omicidi e l'emancipazione nella lotta". Altro non vorremmo aggiungere. Anzi, questo sarebbe un film da recensire con una pagina bianca di stupore.

NOTE

- SUONO: KU BON-SEUNG

CRITICA

Dalle note di regia: "Ho voluto tracciare un ritratto delle gioie, delle rabbie, dei dolori e dei piaceri che segnano le nostre vite, attraverso la vita di un monaco che vive in un tempio a Jusan Pond, circondato soltanto dalla natura. Cinque storie del Monaco bambino, del Monaco adolescente, del Monaco adulto, del Monaco anziano e del Monaco vecchio coesistono con le immagini delle diverse stagioni. Ho voluto così affrontare il tema delle qualità che cambiano negli esseri umani, il senso della maturità nelle nostre vite, la crudeltà dell'innocenza, l'ossessione nei desideri, il dolore nei propositi omicidi e l'emancipazione nella lotta".

"Al di là di tutti i più radicati pregiudizi e le anche fondate convinzioni su che cosa sia il cinema e che cosa non lo sia, un film da godere dall'inizio alla fine." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 19 giugno 2004)

"A raccontarlo si direbbe un giallo di taglio moraleggiante. Invece è un film magnifico e sconcertante, semplice e grandioso come il suo titolo circolare, 'Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera'. Salutato all'ultimo festival di Locarno con una vera ovazione che sembrava annunciare un premio (purtroppo negato) al coreano Kim Ki-duk, regista e anche attore nel piccolo ma atletico ruolo del monaco adulto che negli ultimi episodi affronta le prove più impervie. Fondendo padronanza del corpo e dello spirito in un unico itinerario sapienziale. (...) Si potrebbe dire che il film ha l'andatura obliqua e impagabile di certe parabole Zen, purché sia chiaro che Kim Ki-duk traduce il sapore di quell'insegnamento in cinema. E cioè in ritmo, luce, colori, aspra tensione visiva e narrativa. Creata con un rigore e un'adesione personale esaltati dall'impervia bellezza dei luoghi. Chi già conosce il suo cinema spesso crudele ('L'isola', 'Bad Guy') resterà sorpreso dalla svolta. Gli altri si affrettino a scoprire uno dei grandi talenti contemporanei, singolare come il suo percorso di autodidatta, ex-operaio, ex-marinaio, monaco mancato, arrivato al cinema ben oltre i trent'anni dopo aver studiato Arte a Parigi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 11 giugno 2004)

"E' raro che il cinema coreano deluda. Lo riconferma oggi questo film pieno di fascino che cita nel titolo tutte e quattro le stagioni, ricominciando, dopo l'inverno, con la primavera. Per indicare - filosoficamente e religiosamente - non solo il ciclo della vita collegato con quello delle stagioni, ma il suo ripetersi all'infinito: senza interruzioni. (...) La natura come simbolo ma anche come rappresentazione perché Kim ki.duk, uno degli autori coreani più apprezzati, pur ricorrendo di continuo a simboli Zen e a metafore poetiche, è sui modi con cui ha portato la sua storia sullo schermo che ha puntato tutte le sue ricerche linguistiche. Non solo il cambiamento dei colori via via che trascorrono le stagioni, ma la cornice in mezzo al lago di quell'eremo che, ad ogni pagina, raggiunge la pittura. Con composizioni ora geometriche ora invece effuse e sfumate cui fanno da riscontro i gesti dei personaggi, fissati sullo schermo quando con accenti distaccati e ieratici, quanto con atteggiamenti quotidiani: sempre estranei, però, all'idea di una cronaca. Mentre i ritmi - narrativi e drammatici. Sembrano sospendersi fuori dal tempo, anche quando, ora solenni ora dimessi, lo scandiscono e delle musiche molto più vicine al sacro che non al profano sottolineano ogni scena arrivando, in più momenti, a svelarne i più riposti segreti; anche oltre, perciò, i significati apparenti". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 11 giugno 2004)

"A differenza di molti registi asiatici, Kim Ki-duk non è un cinefilo formatosi sui 'Cahièrs du Cinéma' ma un pittore che va sperimentando da un'opera all'altra una diversa forma espressiva. Quello che ci offre è un film da meditazione, pregno di straordinaria bellezza visiva e scandito su tempi interiori. La giuria dell'ultimo Festival di Locarno gli ha preferito un titolo palesemente inferiore, ma tali consessi (che cosa si aspetta per abolirli?) ci hanno ormai abituati a questo e altro. A dire il vero, non si capisce come abbiano fatto quei giurati a non sentire il fascino di un racconto vibrante ed essenziale, dove nella parte del monaco anziano signoreggia un potente attore del teatro nazionale coreano, Oh Young-Su. Protagonista dei due ultimi capitoli è invece il regista stesso, un atleta dall'espressione intensa quanto impenetrabile. Dopo la prova di questo film saremmo tentati di aprirgli il massimo credito per quanto riguarda l'avvenire, lieti che il cinema sudcoreano offra prodotti qualitativamente diversi dal morboso e tarantinesco 'Old Boy' di Park Chan-wook, secondo premio al recente festival di Cannes." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 12 giugno 2004)
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