Okja

COREA DEL SUD, USA - 2017
3/5
Okja
La giovane Mija decide di correre un grande rischio per evitare che una potente multinazionale possa rapire il suo migliore amico: un enorme animale di nome Okja.
  • Durata: 120'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, FANTASCIENZA
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA 65/ARRI ALEXA MINI/ARRI ALEXA XT, ARRIRAW (3.4K) (6.5K)/(4K), D-CINEMA (1:2.35)
  • Produzione: BONG JOON HO, CHOI DOOHO , DEDE GARDNER, LEWIS TAEWAN KIM, JEREMY KLEINER, SEO WOO-SIK PER KATE STREET PICTURE COMPANY, LEWIS PICTURES, PLAN B ENTERTAINMENT

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Mettiamola così: si continuerà a parlare di Netflix a Cannes più per la querelle col festival che per il primo dei due film in competizione prodotti dalla compagnia di Reed Hastings: Okja di Bong Joon Ho è una favola animalista dal sospetto candore, uno di quei film fatti apposta per far sentire in colpa consumatori di carne rossa e frequentatori di McDonald’s.
Tuttavia, se si chiude un occhio sull’implicito diktat vegetariano, all’altro è concesso di godere di qualche bel momento di cinema, soprattutto quando il regista sudcoreano tralascia il combinato disposto della morale gastronomica e dell’allegoria politica per concentrarsi sullo spettatore e su come tenerlo sveglio.

Anche perché un film come Okja, che racconta dell’amicizia tra una contadinella sudcoreana e un maiale gigante (un OGM) che sembra più l’ippopotamo dei Pampers, con quest’ultimo prelevato di forza da un luogo incontaminato tra le montagne per essere trasportato nella malvagia America per diventare carne da macello di una corporation delle salsicce, ne ricorda parecchi altri, dal Mio vicino Totoro a Babe passando anche da E.T. King Kong e non punta dunque sull’effetto sorpresa.

Oltre all’ovvia empatia cercata e giocoforza ottenuta con lo sfortunato bestione – lo spettatore è obbligato a identificarsi con l’innocente bambina – i punti di forza del film sono l’ottima integrazione tra ripresa reale e rielaborazione in CG, lo splendore visivo e il ritmo pirotecnico per una buona ora, la magistrale costruzione di almeno due grandi sequenze: quella dell’inseguimento, dove interviene per la prima volta la squadra di anarchici animalisti capeggiata dal sempre utile Paul Dano; e il sottofinale nel centro di macellazione che sembra un campo di concentramento, dove il lamento all’unisono dei maiali che stanno per essere soppressi è davvero straziante.

Bong Joon Ho miscela humor e dramma, indovinando la chiave grottesca e gitana della prima parte. Meno convincente quando le cose si fanno più serie e la vena più irriverente e leggera deve sfumare nella componente più sadica e politica del film. Qui avvertiamo uno iato che l’operazione fatica a gestire e richiudere. Come se si sbilanciasse troppo sulla pericolosità della minaccia. Si potrebbe dire che la favola diventa adulta troppo bruscamente, ma tant’è.

Aveva bisogno Cannes di mettere in concorso un film così pulito e strutturalmente canonico come questo? Col senno delle polemiche di poi, forse no. Tuttavia in una gara che ha visto finora schierati non proprio dei colossi ci può stare di vedere un film meno sorprendente ma di gran lungo più compatto, onesto ed emozionante di altri.

Nota di disappunto personale: l’utilizzo così macchiettistico di Tilda Swinton e di Jake Gyllenhaal nel film non rende giustizia al talento dei due attori e sforza troppo la deformazione dei rispettivi personaggi nel senso della caricatura.

NOTE

- IN CONCORSO AL 70. FESTIVAL DI CANNES (2017).

CRITICA

"(...) come il film lascia la Corea, il regista sembra perdere l'ispirazione: i capitalisti yankee sono goffi e farseschi (con Tilda Swinton in un doppio ruolo), le scene d'azione non sono all'altezza della fama del regista e la polemica contro macelli e macellazioni rischia la burletta e la facile lacrimuccia." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera, 20 maggio 2017)

"Un'insopportabile Tilda Swinton, parrucca color platino, macchinetta per i denti, toni imperativi da manager di una multinazionale di prodotti alimentari, domina la prima sequenza di 'Okja', il film del coreano Bong Joon-ho, tutto centrato sui temi del momento. Dalla diffusione degli Ogm alla mania del mangiare sano, dalle mode vegane alla fobia della carne, dal rispetto per ambiente e animali allo strapotere di marketing e pubblicità. Si parte bene, tra comicità e azione, con le musiche giuste e i colori pastello che ricordano i racconti animati del maestro Myazaki. Si continua ancora meglio (...) un'opera riuscita e divertente, piena di idee, di ironia e di effetti speciali. (...) Fino all'ultima immagine, dopo quelle degli animalisti in assetto di guerra capeggiati da Paul Dano e di Okja in salvo per miracolo dalla strage carnivora, il film non perde un colpo." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 20 maggio 2017)

"Dimenticate 'The Host' e 'Snowpiercer': questa volta il mix di generi e toni di Bong Joon-ho (...) è un gran pasticcio. (...) 'Okja' è una favola ambiental-animalista, che dei film di Spielberg e Miyazaki - da più parti evocati - è solo un riflesso sfocato. Una satira anticapitalista sopra le righe, che mette alla berlina il Capitale e lo stile di vita occidentale senza mai scalfirli. (...) un film che si appoggia sempre alle soluzioni più facili (la tenerezza del rapporto tra la ragazza e la bestia, la contrapposizione romantica tra campagna e metropoli) e che dell'animalismo, pur preso blandamente in giro negli estremismi e le contraddizioni, coglie solo la retorica." (Federico Gironi, 'Il Messaggero', 20 maggio 2017)

"(...) il regista sudcoreano si conferma visionario poeta distopico inserendosi con agio nel solco di uno Swift, di un Orwell o di narratori come Harry Harrison. Ed è proprio a quest'ultimo che sembra rimandare per certi versi 'Okja'. (...) Bong, da sempre cineasta politico, mette in scena con estrema precisione le strategie della comunicazione come cosmesi terminale del capitale. Dietro i maiali geneticamente modificati si cela l'idea di un capitale anch'esso giunto al suo ultimo grado di mutazione. Il film, non a caso, si apre in una fabbrica riconvertita dove si dà a intendere si producesse napalm. Bong si diverte a scorrazzare fra i generi. Si manifesta ancora una volta la sua evidente passionaccia per Miyazaki (...). Dietro la sua apparenza di disinvolto apologo animalista, 'Okja' racconta in realtà di un mondo che finisce per coincidere brutalmente con un'idea di produzione che accetta la possibilità che il lavoro stesso sia giunto al capolinea. (...) Bong, per sua e nostra fortuna, procede (...) con mano leggera: si diverte a giocare con i canoni del 'kaiju eiga' (il film di mostri giapponesi) senza provocare morti o distruzione. Il cast internazionale, da Paul Dano passando per Stephyen Gyllenhaal e Steven Yeun (...) si presta al gioco con gusto, insinuando anche limiti dell'azione politica insurrezionale. Insomma, non si salva nessuno o quasi, se non, forse, una piccola possibilità, l'ultima?, di invertire la rotta." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 20 maggio 2017)

"(...) il regista, tra i grandi autori contemporanei, rivendica in pieno la sua libertà creativa, di scelte narrative, visuali, con grandi piani sequenza, effetti speciali: una contaminazione di generi che vira il fiabesco all'horror del capitalismo componendo un'allegoria sovversiva del nostro tempo e del nostro mondo. (...) Bong Joon-ho si conferma un narratore della contemporaneità, autore di un cinema che è insieme spettacolare e di grande consapevolezza politica. Quell'animale che somiglia a un cartoon (potrebbe essere la sorella coreana del Totoro di Miyazaki), col corpo grosso e «mostruoso» che fa paura - ma non di più dei temibili manager della Mirando - è un «effetto speciale» che Bong carezza restituendone la fisicità di carne e di sangue, le lacrime di una sofferenza consapevole di fronte la violenza e la morte. E prima di un grido «vegano» o di denuncia contro l'uso degli Ogm con tutto ciò che comporta, ci dice con lucidità dell'impossibile rivoluzione e della necessità di reiventarne i modi. Senza fare spoiler alla fine il capitale sarà fermato solo parlando la stessa lingua (e il romanzo di formazione di Okja e Mia conduce alla perdita dell'innocenza); non è un cambiamento, è solo una soluzione individuale, indietro rimane chi continua a soffrire, e insieme la possibilità di inventare finalmente un'utopia e la sua lotta collettiva." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 6 luglio 2017)

"(...) un film discreto che racconta l'amicizia tra una ragazzina e un super-maiale geneticamente modificato per nutrire la popolazione. (...) Macchiettistica partecipazione della Swinton e Gyllenhaal." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 6 luglio 2017)
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