Midsommar - Il villaggio dei dannati

USA - 2019
2/5
Midsommar - Il villaggio dei dannati
Dani e Christian raggiungono un amico che vive in un villaggio di campagna per festeggiare insieme la tradizionale festa di mezza estate, Midsommar appunto. Ma ben presto quei nove giorni "speciali", che vengono festeggiati ogni 90 anni, assumeranno contorni sinistri e disturbanti.
  • Durata: 140'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, HORROR
  • Produzione: PATRIK ANDERSSON, LARS KNUDSEN PER B-REEL FILMS
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES
  • Vietato 14
  • Data uscita 25 Luglio 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Dopo che la sorella decide di mandare sé stessa e i genitori al creatore, la non stabilissima Dani (Florence Pugh) si accolla al riluttante fidanzato Christian (Jack Reynor) in un viaggio in Svezia, alla volta del villaggio di un compagno di corso.

Da novant’anni lì si tiene una festa di mezz’estate antropologicamente molto interessante, ovvero perfetta per una tesi di laurea, ma i villici hanno in serbo più di qualche sorpresa, sopra tutto, alla incolumità degli studentelli americani in visita: è Midsommar – Il villaggio dei dannati (sic), opera seconda di Ari Aster, già sopravvalutato autore di Hereditary (2018).

Qui frulla eutanasia e tradizione, sette e buen retiro, handicap e premonizione, identità e crudeltà, streghe e cafoni, tara e destino, nonché l’oggi irrinunciabile women’s empowerment, riversando il tutto in una cornice labilmente horror, al più stramba, ma nemmeno troppo: Midsommar annoia pressoché uniformemente per quasi due ore e mezza, fornendo nuove immagini al concetto di “dilatazione” e nuovi sinonimi a "presuntuoso".

Per fortuna, si fa per dire, il fido Aster licenzierà presto un director’s cut di mezz’ora più lungo, tanto per gradire. Se i malcapitati studenti americani non supererebbero il più elementare Invalsi, a irritare non è tanto la sospensione dell’incredulità, ma l’abbandono alla stupidità analogamente richiesto allo spettatore: ci sono, ehm, svolte di sceneggiatura che denunciano un interessamento neurologico.

Per tacere, del décor bucolico, popolato da sosia di Benny Hill, infestato da mammane e ingentilito da epigoni della Manson Family: ti aspetti, questo sì, che qualcuno se ne venga fuori con un “ricoolaaa!”, davvero non sfigurerebbe.

Tutto il resto è folklore e floricoltura, a inghirlandare questo para-horror agreste e post-hippie: chiamatelo Midsonno – Il villaggio dei rintronati.

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI: FREDRIK HEINIG.

CRITICA

"L'horror è diventato adulto. O, forse, è solo tornato a essere tale. Nato come genere "serio", con registi quali Murnau e Dreyer, negli ultimi decenni il film di paura era diventato un intrattenimento per adolescenti sempliciotti. Invece nelle ultime stagioni, grazie a nuovi talenti come Jordan Peele ('Scappa-Get Out , Us') e Ari Aster, sta riacquistando il suo valore semantico e simbolico. (...) Ari Aster, anche sceneggiatore del film, si è inventato un mondo a parte (...) che comunica un senso di malessere anche a chi guarda. Però ciò che gli sta più a cuore è ridefinire i codici del cinema dell'orrore ribaltandone il rapporto, fondativo, tra luce e tenebre. Se il genere, infatti, è il dominio del buio, in cui allignano mostri e fantasmi, qui la paura sorge - all'opposto - dalla luce intensa e perenne del circolo polare, tingendo di riflessi sinistri il sole e la natura lussureggiante. Il suo primo lungometraggio, 'Hereditary - Le radici del male', aveva fatto parlare di Aster come di un futuro, nuovo maestro del genere; alcuni, invece, lo avevano accusato di eccessivo culto della forma. Cosa di cui il regista non si è fatto un problema. 'Midsommar' si prende tutto il tempo per installare personaggi e situazioni (anche se in montaggio Aster ha dovuto sacrificare 80 minuti, la durata è insolita per un horror); poi adotta un'estetica che non lascia nulla al caso. Inquadrature ampie ed elaborate, dalla costruzione e dall'equilibrio perfetti (è evidente che i suoi maestri sono Stanley Kubrick e Terrence Malick), celebrano il matrimonio tra cinema d' autore e cinema di genere. In omaggio al quale il cineasta si concede qualche scena "gore" davvero perturbante, che soddisferà anche i patiti del brivido." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 25 luglio 2019)

"(...) Disgustoso film di cui i critici «impegnati» e di sinistra elogeranno simbologie e collegamenti nascosti. Al punto che in sala, come sul set, resistono dannatamente in pochi. Non credetegli e risparmiate il biglietto." (SteG, 'Il Giornale', 25 luglio 2019)

"(...) Riti pagani e funghi allucinogeni nascondono la realtà raccapricciante di una comunità dedita a pratiche oscure e violente. Alla povera Dani, che ha capito tutto molto prima del suo compagno, non resta che subire i danni di un film riuscito solo a metà." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 25 luglio 2019)
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