Manderlay

GRAN BRETAGNA, FRANCIA, DANIMARCA, SVEZIA - 2005
Manderlay
USA, 1933. Grace ha abbandonato Dogville insieme al padre e alla sua banda di gangster per cercare un nuovo posto dove stabilirsi. La ricerca non è facile per cui il viaggio si rivela più lungo del previsto. Poiché nessun luogo sembra adatto decidono di andare verso sud e di passare per l'Alabama. E' qui che Grace entra in contatto con gli abitanti di una remota piantagione di cotone chiamata 'Manderlay' quando Flora, una delle schiave, chiede il suo aiuto per salvare dalle frustate Timothy accusato di aver rubato del vino. Grace scopre così una terribile realtà fatta di schiavitù, repressione e ingiustizia. La ragazza tenterà di cambiare le leggi rigide e crudeli che regolano la piantagione, cercando nel frattempo di infondere negli ex-schiavi i principi della democrazia.
  • Durata: 139'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: FILM I VAST, ISABELLA FILMS B.V., ZENTROPA ENTERTAINMENTS
  • Distribuzione: 01 DISTRIBUTION
  • Vietato 14
  • Data uscita 28 Ottobre 2005

RECENSIONE

di Davide Turrini
Lars von Trier è forse il più incensato provocatore del cinema odierno. Affermazione che potremmo allargare anche a Michael Haneke, giusto per rimanere sulla Croisette, con la differenza che il secondo maneggia, controlla e plasma a suo piacimento lo spettatore, mentre il primo spesso lo irrita e lo indispone. Certo, scontiamo immediatamente la franchigia della messa in scena, la sottrazione di materia (pareti, porte, sfondi d'ambiente) che già conosciamo e da cui ci sentiamo spontaneamente affascinati, anche se dopo Dogville, il meccanismo risulta meno sorprendente. Scontiamo anche lo straniamento brechtiano del coté recitativo che lascia stupiti per pervicacia, coerenza ed estrema applicazione. Ma poi ciò che non può essere eluso è il ragionamento su cui la trilogia si basa: descrivere, raccontare, esporre le radici degli Stati Uniti d'America e dell'annesso strutturato e strutturante sistema capitalista. Grace (non più la Kidman, ma Bryce Dallas Howard), questa volta si ferma a Manderlay (Alabama), dove i bianchi vessano i negri segregandoli alla schiavitù. Siamo nel '33, fame e miseria si confondono sul proscenio di von Trier, ma Grace con l'aiuto di qualche sgherro del padre (e anche di un buon avvocato con occhialini e bretelle) si ferma nella piantagione e per un "obbligo morale" cambia l'ordine sociale a Manderlay. Bianchi e neri, d'ora in avanti, vivranno assieme e con gli stessi diritti, nonostante le vecchie regole del librone di Mam (Lauren Bacall), dove i neri erano divisi in sette categorie, tra cui il giullare, il fascinoso, ecc… Ma mantenere l'ordine nella comunità diventerà per Grace impegno improbo e poi il gruppo di neri non sembra così felice di questa nuova libertà. E' da qui che la provocazione parte e la lotta sociale e la filosofia evoluzionista si confondono subito con le regole del gioco (la democrazia e il celebre motto una testa un voto), sfiorando l'elogio dell'anarchia e la sottolineatura di un'incredibile misunderstanding: i neri, come gruppo sociale, necessitano di qualcuno che li schiavizzi e li metta in riga. Sono loro a chiederlo in Manderlay e questo è un dato che oltre alle affermazioni anti-Bush di von Trier, salta subito all'occhio. Così un conto è ragionare senza facili buonismi sulla reale contraddittorietà di un problema (i negri d'America e la questione razziale) e un conto è sputare sentenze che quel Klu Klux Klan, che dovrebbe essere sbeffeggiato nella solita carrellata di foto sui titoli di coda, potrebbe prendere come conferma dei propri assunti centenari. La provocazione di von Trier si impantana su sé stessa, dove una legge vale l'altra, dove la scala gerarchica dei diritti dell'uomo più elementare diventa burletta teatrale. Se poi pensiamo che le regole del gioco, appunto, le dovremmo inventare noi...

NOTE

- SECONDO LUNGOMETRAGGIO DELLA TRILOGIA AMERICANA DEL REGISTA, PROGETTATA COME "USA - LAND OF OPPORTUNITIES" INIZIATA CON "DOGVILLE" (2003).

- PRESENTATO IN CONCORSO AL 58MO FESTIVAL DI CANNES (2005).

CRITICA

"Signore e signori, 'Dogville 2', anzi 'Manderlay'. Come nell'originale, niente scenografie: case, alberi e strade sono sostituiti da scritte in terra, con effetto brechtiano. Protagonista è sempre la giovane idealista figlia di un gangster, in fuga verso Sud durante la Grande Depressione. Anche se, defilatasi Nicole Kidman, stavolta Grace ha il viso virginale di Bryce Dallas Howard. Anzi, a esser perfidi, 'Dogville' sta a 'Manderlay' come la più complessa (e sessuata) Kidman sta alla fragile Howard. (...) Il gioco è scoperto, la morale scontata, la pedagogia sadica di Von Trier, alla lunga, monotona. Stavolta insomma il danese rischia di predicare ai convertiti. E rovescia i codici del cinema classico più per partito preso che per reale necessità narrativa." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 27 ottobre 2005)

"'Manderlay' o 'Dogville 2'? In ogni caso il gioco mostra la corda e partorisce un film monotono e confusionario. Innanzitutto c'è l'handicap della ripetizione. Poi c'è la caduta più rovinosa, la (forzata) rinuncia al carisma di Nicole Kidman malamente surrogata dall'impalpabile personalità di Bryce Dallas Howard. Infine l'ambiguo ma suggestivo sadismo brechtiano di 'Dogville' lascia il passo a una lezioncina sul razzismo e l'esportazione forzata della democrazia banale persino per Celentano. (...) Con il contorno di dialoghi o troppo scherzosi o troppo didascalici, di recitazioni manieristiche e di una noia diffusa che, invece di censurare le colpe della violenza yankee, finisce col mortificare l'entusiasmo credulone dei Von Trier-dipendenti." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 29 ottobre 2005)

"Diviso in otto capitoli come un libro, narrato da una voce fuori campo come una favola, senza costruzioni scenografiche ma con appena indicazioni di spazi e luoghi dell'azione come in 'Dogville', 'Manderlay' è pensato con intelligenza, abilità metaforica, volontarismo. Il congegno intellettuale è perfetto, torna in ogni accostamento e allusione, rimane più forte della maestria cinematografica (succede, nel cinema di Von Trier). Eppure, se le idee del regista possono sembrare semplificate e confuse, il suo bel film è chiarissimo." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 28 ottobre 2005)

"Lars von Trier continua con le contraddizioni della storia sociale Usa nel suo maxi studio cine-tv in cui in realtà fa teatro: Brecht. Dopo 'Dogville', l'anima buona che era della Kidman e ora della brava Bryce Dallas Howard, fa rotta verso l'Alabama per parlare della necessaria schiavitù. Impossibile essere buoni, solo l'ambiguità ci può salvare. Crudele cantore della naturale sottomissione al Male, l'autore del 'Dogma' è fedele al modello per eccesso in 8 capitoli. Tra cartine e segni di gesso,
l'America non dei sogni ma degli incubi, ricostruita per dispiacere con voce off e l' inutile catarsi di una donna delusa. Manca la folgorante sorpresa del primo film, resta la costanza stilistica e amorale. Trovate la sintonia e sposate in poltrona l'universale disfacimento: i giochi son tutti truccati, anche del e dal cinema." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 29 ottobre 2005)
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