Lourdes

AUSTRIA, GERMANIA, FRANCIA - 2009
5/5
Lourdes
Christine, da anni bloccata su di una sedia a rotelle, ha deciso di andare a Lourdes per compiere un viaggio della speranza. E la sua fiducia nel miracolo viene ripagata poiché, incredibilmente, una mattina si sveglia ed è in grado di stare in piedi. Christine assapora appieno questa occasione di felicità e la sua guarigione suscita tanta ammirazione ma, purtroppo, anche tanta invidia. Tuttavia, la malattia è sempre in agguato...
  • Durata: 99'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: RED ONE CAMERA, 35 MM
  • Produzione: COOP 99, PARISIENNE DE PRODUCTION, ESSENTIAL FILMPRODUKTION, THERMIDOR FILMPRODUKTION, ZDF / ARTE FRANCE CINEMA
  • Distribuzione: CINECITTA' LUCE (2010) - DVD: CG HOME VIDEO (2010)
  • Data uscita 11 Febbraio 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Lourdes è un’esperienza religiosa vissuta attraverso il prisma della postmodernità. Il film dell’austriaca Jessica Hausner – premiato non a caso a Venezia col FIPRESCI (i critici), il SIGNIS (i cattolici) e il BRIAN (gli agnostici) – è un lucido trattato sulla debolezza della verità, la casualità del destino, la complementarità degli opposti. Postmoderno. Forse è una casualità anche che il film si chiami Lourdes. Più che sulla città di Bernadette – figura totalmente assente nella pellicola – è una riflessione sul miracolo, il Segno non relativizzabile per definizione in quanto rimando a un Assoluto. Quindi poco post-moderno. Ma la Hausner sottopone a verifica – laica, obiettiva, implacabile come le sue inquadrature, dove nulla è lasciato al caso – proprio questa proposizione. La regista dichiara di essersi ispirata a Ordet di Dreyer ma la prospettiva non potrebbe essere più diversa: nel capolavoro del maestro danese l’impossibile che non viene creduto alla fine accade, mentre qui forse succede il contrario. Forse, perché l’incertezza sembra essere l’unica certezza di un film in cui ogni cosa è anche il suo contrario. Tutto è ribaltabile. Anche un prodigio. Se nel film di Dreyer il Miracolo era il segno incontrovertibile della realtà storicamente esperibile del Verbo, per la Hausner invece il miracolo è un avvenimento ambiguo, un segno vuoto, un puro significante senza contenuto: ricondurlo a Dio è un atto soggettivo. Il discorso trascende il piano escatologico e fideistico di Dreyer per scrutare la dimensone umana – profondamente terrena – del religioso. Alla Hausner non interessa evocare l’Assoluto né negarlo, ma riflettere attorno alla verificabilità dei suoi segni.Protagonista Christine (che però non viene mai nominata nel corso del film, per quell’indicibilità che contagia anche la “portatrice” del miracolo), paraplegica in un gruppo di pellegrini in visita nella cittadina francese “col primato di guarigioni”. Interpretata da una superlativa Sylvie Testud (che ha lavorato con veri malati di sclerosi multipla e fisioterapisti specializzati), la donna è l’unica ad essere venuta nella cittadina mariana senza cercare qualcosa di preciso, ma unicamente per diletto. E’ un dettaglio importante nell’economia dell’opera, perché l’estraneità della donna al commercio dei miracoli – di cui la Hausner è prodiga di esempi, soprattutto nella prima parte – è in fondo la gratuità dei Vangeli. Nonostante il disappunto dei suoi compagni di viaggio – fa capolino l’invidia, ma è accennata con senso della misura e comprensione umana – e le spiegazioni teologiche di un sacerdote un pò arido, il miracolo tocca proprio lei, la pellegrina che non chiedeva. Poco prima avevamo assistito al malore e poi il coma della direttrice dell’Ordine di Malta: è avvenuta cioè una “sostituzione”, una vita per l’altra. La stessa direttrice poco prima di sentirsi male aveva rivelato a Christine di averla vista in sogno con la Vergine Maria; di più, nella scena immediatamente successiva alla guarigione, sul bus che condurrà i pellegrini in montagna, Christine  “prenderà il suo posto”. La miracolata vivrà il suo primo giorno da donna normale godendosi un gelato, una passeggiata all’aria aperta e la compagnia di Kuno (Bruno Todeschini), un affascinante quarantenne su cui aveva messo gli occhi addosso. Cose semplici, “un bicchiere di vino con un panino”, ovvero la Felicità secondo Al Bano, canzone che accompagna il finale. Una felicità instabile come le gambe di Christine. L’epilogo del film è magistrale perché sembra ristabilire l’ordine naturale delle cose: Christine cade per terra. E’ inciampata? E’ stanca? Il miracolo non è mai avvenuto? E il sorriso della donna mentre si “riaccomoda” sulla sua sedia a rotelle che vorrà dire? Né la Hausner né il film sciolgono fino in fondo questi interrogativi: tutto è costruito su domande inevase (i volontari chiedono agli infermi e non ottengono risposte, gli infermi chiedono al prete che fornisce loro spiegazioni banali, e quando non può lui è la scienza, impersonata dalla figura del medico, a non essere esaustiva), atteggiamenti cangianti, immagini esteriormente limpide e internamente vischiose. La regia è attenta a cogliere con il suo stile geometrico e ironico (alla Tati), pungente ma non dissacrante, ogni accezione, reazione, dubbio. Consegnandoci un testo aperto, un caleidoscopio di possibilità dove la traccia di Dio naufraga in un gioco di scatole cinesi “in cui le scatole si aprono una dopo l’altra senza mai arrivare al centro” (Jessica Hausner). Oltre c’è solo il pubblico, che questo film interpella come pochi sanno fare al giorno d’oggi. Se esiste anche un pubblico capace d’interpellare il film, Lourdes un piccolo miracolo l’avrà compiuto.

NOTE

- PREMIO FIPRESCI, PREMIO SIGNIS E PREMIO 'LA NAVICELLA-VENEZIA CINEMA' ALLA 66MA MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2009).

CRITICA

Dalle note di regia: "Peccato che le vie del Signore restino imperscrutabili. Lourdes è un luogo in cui si afferma l'esistenza del miracolo, un luogo che è sinonimo di speranza, di conforto e di guarigione per i moribondi e i disperati. Eppure, la speranza che alle soglie della morte tutto possa ancora risolversi sembra assurda quando la vita arriva alle sue battute finali. Lourdes è lo sfondo in cui si svolge questa commedia umana."

"L'obiettivo della regista non si fissa solo su di lei: dedica altrettanto spazio e tempo alle giovani accompagnatrici dell'Ordine di Malta, agli altri malati, alle piccole ritualità quotidiane che scandiscono i giorni di permanenza al santuario. E lo fa con un occhio che sarebbe fuori luogo chiamare laico ma che è certamente oggettivo ed equidistante da spiritualità e scetticismo. Se scatta il sorriso è perché quello che si vede può essere letto anche in maniera ironica ma tutto potrebbe offrirsi anche a una lettura opposta. Proprio come succede alla protagonista quando viene «miracolata»: è lei la prima ad avere dei dubbi, a temere per una possibile recrudescenza della paralisi, a subire gli sguardi invidiosi degli altri malati. In questo modo il film racconta sì un miracolo ma evita in tutti i modi di spiegarlo (la protagonista non sembra neppure particolarmente credente) facendo tornare alla mente quello spirito dissacrante ma insieme ambiguo e un po' sorpreso che Buñuel aveva portato a vette eccelse e che Jessica Hausner sembra in grado di ritrovare di nuovo." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', '5 settembre 2009)

"Più coinvolgente 'Lourdes' dell'austriaca Jesse Hausner che ha un pregevole inizio documentaristico dove la regista dimostra sensibilità e distacco. Ma poi il reportage, che inscena un miracolo o un finto miracolo, ubbidisce a certi risvolti narrativi poco o nulla convincenti. E si ha la sensazione di essere davanti a una bella occasione sprecata."(Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 05 settembre 2009)

"'Lourdes' è stato ideato e girato dalla viennese Jessica Hausner in occasione dei centocinquant'anni delle apparizioni mariane nella cittadina francese. Un racconto condotto con eccezionale abilità tra fideismo e blasfemia, documentarismo iper-oggettivo e suspense enigmatica, in apparenza freddo, asettico resoconto del pellegrinaggio di una ragazza paraplegica francese, ma in realtà sottilissima, poliedrica trasfigurazione del Dubbio Primario palleggiato tra credenti e laici. Le guarigioni che come lampi abbaglianti squarciano il muro di quotidiana mestizia e contrizione di masse sterminate e sventurate sono miracoli, fenomeni naturali o truffe organizzate da un agghiacciante congegno ecclesiastico-turistico? Delicatissimo nel suo linguaggio come sospeso sulla minaccia (positiva o negativa, fa lo stesso) dell'evento, 'Lourdes' è finora il migliore film visto a Venezia. Chissà come rimarranno male, peraltro, gli habitués della scazzottata politico-filmica." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 05 settembre 2009)

"La Hausner evita i toni corrosivi, della miscredenza come quelli enfatici del devoto. Adotta un'angolazione da documentario per presentare il contrasto tra fede (o almeno l'estrema speranza) dei malati e il mercato intorno al Santuario; non risparmia dettagli delle malattie, ma vi affianca la voglia di vivere di un'infermiera che è ancora solo una ragazzina. Mostra insomma personaggi verosimili divisi dall'avere già o dal non aver ancora paura." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 05 settembre 2009)

"Girato da una bravissima regista austriaca, 'Lourdes' forse parla di fede o forse no. Non riusciamo però a ricordare un film più crudele." (Maria Rosa Mancuso, 'Il Foglio', 05 settembre 2009)

"Il problema è che il miracolo messo in scena da Hausner suscita reazioni contrastanti: l'invidia di altri malati, il contrappasso rappresentato nella suora probabilmente in chemioterapia che cade in coma, l'amore di un aitante volontario della croce di Malta (Bruno Todeschini). Fino ad un finale raggelante che sarebbe delittuoso raccontare, ma che ripropone in un loop filosofico esistenziale infinito il cosiddetto "mistero della fede". «Arrivare a Lourdes è scioccante: centinaia e centinaia di barelle, persone speranzose di guarire», racconta Gerard Liebman che nel film interpreta padre Nigl, «una sensazione di commozione che si fa ambivalente appena ti accorgi dell'indotto, di questa sorta di Disneyland cattolica che sfrutta la speranza e la fede dei malati». Caratteristica peculiare di Lourdes, però, è il distacco nello sguardo adottato da Hausner rispetto al palpitare della fede (altrui), riportandola sullo schermo senza mai sottolineare, additare, sfottere: «Ho cercato di creare distanza da quel che racconto, immaginando di essere un viaggiatore giapponese che guarda quello che succede: i diversi aspetti della guarigione miracolosa, le preghiere a Dio, la speranza che il miracolo sfiori qualcuno, quando invece i piani di Dio sono incomprensibili e ti accorgi di essere solo nell'universo. Spero che l'ambivalenza del miracolo, il fatto che non si possa sapere per quale motivo avviene e se durerà, possa suscitare nel mondo cattolico un dibattito aperto»." (Davide Turrini, 'Liberazione', 05 settembre 2009)

"Hausner filma con misura, tra l'altro è abbastanza difficile entrare nei luoghi di Lourdes con una macchina da presa, infatti ci sono voluti mesi di preparazione. Filma l'attesa, le tappe obbligate, quel momento collettivo in cui gli attori si confondono coi malati veri. Non distorce anzi è quasi realista, luce e folla da sé declinano l'incubo di uno stordimento Lourdes è un luogo crudele, il miracolo non arriva mai, la sua mitologia è piena di miracoli passeggeri, di guarigoni date e poi tolte da un dio beffardo, tutto il contrario di quanto la fede lo vorrebbe, buono e eterno. Ma pensare il film di Jessica Hausner - in gara - come una riflessione sul cattolicesimo è limitante. 'Lourdes' è piuttosto un teatro della vita, coi suoi ineffabili casi di felicità conquistate e perdute, epifanie di benessere che svaniscono senza ragioni, e la giusta ironia. Perché io e non lei. E vale per il dolore e per il miracolo. Perché esistono i ricchi e i poveri dice il prete, ma allora Dio non è buono e giusto commentano le signore. Si parla di fede, certamente, e dei suoi misteri obbligati ma dentro alla vita, al quotidiano equilibrio precario dell'esistenza, alle sua altalene di imprevisti, felici o tragici, senza spiegazione. Un mistero. O una scommessa come la felicità, che vale quanto una canzonetta." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 05 settembre 2009)

"Parliamo di 'Lourdes', il film che la regista austriaca Jessica Hausner ha girato nel luogo santo dei Pirenei per raccontare la storia di un miracolo. Un film assai rispettoso dei sentimenti e delle speranze dei 700 milioni di pellegrini che, spinti dalla fede, si sono recati a Lourdes in cerca di guarigione. Ma l'opera rivendica uno sguardo laico e disincantato nel quale molti credenti faranno fatica a ritrovarsi. (...) Il che rende il suo lavoro, per così dire, double face. Non a caso a Venezia ha vinto sia i premi cattolici Signis e Navicella, assegnati da chi ha riconosciuto alla Hausner il merito di sapersi confrontare con il tema del sacro, sia il Premio Brian degli Atei e Agnostici Razionalistici che della pellicola hanno apprezzato gli aspetti più critici, condividendo quell'idea di «miracolo come paradosso» e «incrinatura della logica», piuttosto che manifestazione misteriosa di un disegno divino." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 06 febbraio, 2010)

"Si può essere atei, andare a Lourdes e magari credere anche nei miracoli? Qualcosa del genere è successo a Jessica Hausner, regista austriaca che ha girato un film destinato a far discutere. Si intitola appunto 'Lourdes' (...) Reduce dall'ultima Mostra di Venezia, dove ha ricevuto La Navicella della Rivista del Cinematografo e il Premio Signis dei cattolici e il Premio Brian degli atei, l'opera seconda della Hausner verrà distribuita in 70 copie (...). Si capisce, insomma, che lo sguardo rivolto a Lourdes, alla gente che ci va in pellegrinaggio, alla possibilità che si verifichi un miracolo, è quello lucido, spassionato, algido di una non credente, che per si interroga sul mistero, sull'imponderabile, che entra nella vita e riesce, a volta, a trasformarla da cima a fondo. (...) Un film che parla di cose simili, gettato nella mischia tra i "mostri" come 'Avatar' e le preconfezioni da botteghino come 'Baciami ancora'? Eppure, vale la pena di scommetterci." (Caterina Maniaci, 'Libero', 06 febbraio 2010)

"In 'Lourdes', Jessica Hausner posa uno sguardo distante ma non distratto su una realtà piena di contraddizioni, ma che conserva al fondo un nucleo misterioso. Il commercio della fede è raccontato con pungente ironia e la crudeltà che alimenta le relazioni più o meno pietose con le persone sofferenti non viene mai nascosta, ma d'altro canto non viene mai esclusa la possibilità che il miracolo si compia. Alimentato da un raffinato gioco con le aspettative dello spettatore (Hausner è austriaca come Haneke...), il film è un appassionante thriller teologico che suggerisce a credenti e non credenti una riflessione piuttosto scomoda." (Luca Mosso, 'Repubblica Tutto Milano', 11 febbraio 2010)

"ll miracolo che non si compie. Ma, in compenso, si racconta. Come si aspetta, come ci si prepara, come ci si crede, come ci si abbandona, come ci si perde. Per un film che per titolo fa 'Lourdes', secco secco, come la sua struttura e il tono del racconto, rigoroso e minimale." (Silvia Di Paola, 'La Sicilia', 06 febbraio 2010)

"Adesso con l'occasione della festività della B. Vergine di Lourdes, esce nelle nostre sale questo film austriaco, firmato da una regista varie volte incontrata nei festival, Jessica Hausner, che come cornice, il titolo dichiara, ha proprio Lourdes e, come fatto, un miracolo. (...) Senza però nessun pietismo ed anzi, di sfondo, lasciando spazi a dubbi e interrogativi sul mistero dei miracoli e sui motivi perché accadono a questo piuttosto che a quello. Naturalmente senza potervi rispondere. Il film queste risposte comunque non le cerca, documenta invece, dal di dentro, un pellegrinaggio a Lourdes, con la benemerita assistenza dei volontari e delle volontarie dell'Ordine di Malta, e con tutta una galleria di malati che, spesso con animo diverso, prendono parte ai vari momenti rituali di quella loro permanenza ai margini della Grotta. (...) Questa documentazione in diretta, queste volute incertezze nell'ultima parte sono realizzate da Jessica Hausner con stile limpido e asciutto, tra immagini realistiche ma dai segni mai insistiti, secondo ritmi così raccolti e fortemente meditati che potrebbero definirsi addirittura interiori (e segreti). Mentre i personaggi, quelli centrali e il coro attorno, sono seguiti da vicino in ogni loro momento, in ogni loro reazione, per far sentire sempre l'autentico, anche quando, in certi risvolti, si insegue una verità che non si trova. La protagonista è l'attrice francese Sylvie Testud. All'insegna della semplicità più assoluta." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 11 febbraio 2010)

"Nei grossi festival, da decenni, sono legioni i film con, e soprattutto sui, malati incurabili. Il critico ne esce determinato a fare ogni analisi medica e ad avvicinare, ancor meno del solito, colleghi e resto del mondo. Con questi film, la generazione cresciuta nella paura del contagio della poliomielite ha potuto tornare alle angosce infantili. Immerse in una disperazione che nessuna fede conforta, generazioni più recenti di «artisti» si sono invece sentite alla moda, partecipando, per procura (e questo è un sollievo), al dramma del male del secolo, esploso trent'anni fa. (...) L'atea austriaca Hausner evita i toni da miscredente. Adotta un'angolazione da documentario sul contrasto tra la fede (o meglio, ultima speranza) dei malati e mercanti nel santuario pireneico, che evocano i mercanti nel tempio giudaico. Non risparmia dettagli delle malattie, ma senza calcare la mano, e vi affianca la voglia di vivere che la desolazione scatena, per reazione, in una giovanissima infermiera (Lea Seydoux, rampolla della dinastia produttiva francese). Anche i preti sono credibili e credenti, nel senso che credono nel miracolo se la scienza non offre di meglio. 'Lourdes' propone personaggi verosimili, divisi dal reale discrimine delle esistenze: quelle che hanno e quelle che non hanno ancora la morte incombente. L'irruzione di un noto motivo musicale, lanciato da Al Bano, corona un finale magnifico, da carpe diem." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 12 febbraio 2010)

"Il santuario di Lourdes visto come un luogo terreno, dunque sottomesso a tutte le leggi che governano gli uomini, il potere, il denaro, i buoni e i cattivi sentimenti, senza per questo negare la fede e la speranza che muovono ogni anno milioni di pellegrini. La massima fabbrica di miracoli del mondo cattolico osservata con occhio distaccato, pungente, pedino divertito, ma senza cedere alla facile dissacrazione, per fare luce sulle dinamiche che la attraversano grazie a un pugno di personaggi pieni di umanità. (...) Se un buon film si riconosce dalla chiarezza dei mezzi espressivi e dalla precisione con cui li usa, 'Lourdes' è addirittura esemplare. Come altri importanti registi austriaci, Michael Haneke o Hulrich Seidl, Jessica Hausner lavora infatti su mondi chiusi e ben definiti entro cui operano personaggi tanto riconoscibili quanto ambigui. (...) a Venezia l'eleganza crudele di 'Lourdes' ha convinto sia i cattolici del premio Signis sia gli atei del premio Brian. Un paradosso che la dice lunga sull'arte della Hausner, così preziosa oggi che tanti film somigliano alle fiction e alle loro false certezze." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 12 febbraio 2010)

"La prospettiva di Jessica Hausner nel suo 'Lourdes' è dichiarata subito, sin dalla scena iniziale, coll'inquadratura dall'alto della sala da pranzo per i pellegrini. Nessuna finestra, ma una luce artificiale fioca, su un ambiente claustrofobico: nero il pavimento, nere le pareti cui sono appesi crocifissi neri, nere le gonne e i pantaloni del personale, neri i mantelli delle hospitalières con la croce di Malta, nere le divise dei Cavalieri dell'Ordine, neri i clergyman dei preti. A quei tavoli funerei prende posto, in silenzio, una turba da corte dei miracoli di nani, paralitici, cancerosi, assistiti da volontari tanto formalmente educati quanto distratti o perplessi («che ci faccio, qui ?»), vivi solo nello scambio di sguardi tra ragazze col velo e giovanotti col basco. Poca, pochissima luce in tutto il film, la cui cifra cromatica è il plumbeo: nuvole nere nel cielo persino nelle pochissime scene all'aperto. Anche la benedizione eucaristica del pomeriggio l'appuntamento quotidiano più amato dai pellegrini, assieme alla processione notturna con le fiaccole non è girata, come è nel vero, sulla grande, luminosa Esplanade che fronteggia i tre santuari sovrapposti. No, la Hausner ha scelto di ambientarla nell'enorme chiesa sotterranea, dove non penetra alcuna luce. Poca luce pure per la lugubre festicciola finale. (...) Qui, però, occorre forse riconoscere delle attenuanti. In effetti, a una prima lettura Il film della regista austriaca (la solita ex cattolica: l'occidente ne è ormai pieno) pare accattivante per i devoti." (Vittorio Messori, 'Corriere della Sera', 12 febbraio 2010)

"Il film ha in parte l'andamento di un bellissimo documentario: con attenzione e pathos vengono descritti i riti e gli impegni quotidiani dei pellegrini a Lourdes, l'immersione nell'acqua della piscina miracolosa come la collettiva sala-mensa, la visita alla grotta mistica come la stanza da letto e le cerimonie religiose di impetrazione, il rapporto con infermiere, volontari e guardie in divisa sempre presenti, la tristezza di trovarsi costantemente in compagnia di persone malate concentrate su una speranza per lo più frustrata. Questa descrizione minuziosa è ispirata a una fisicità che non ha nulla di spirituale ma si rivela molto, molto interessante, proprio grazie al suo materialismo. Una parte diversa di 'Lourdes' riflette e a volte discute sul miracolo: cos'è, perché accade, perché favorisce alcuni e non altri, perché non si verifica. Infine, tutto il film mostra il volto del dolore umano: le facce deformate dalla sofferenza, le persone alterate dal rancore (perché lei sì e io no?), la speranza e la fede come consolazioni impossibili, la preghiera come mantra penoso. Eppure il permanere di intensa umanità: le piccole vanità e rivalità, l'insorgere improvviso d'una risata, la stanchezza fisica più forte di tutto. Molto bello e onesto, senza ironia, preclusioni ideologiche né pregiudizi. La protagonista Sylvie Testud è un'attrice bravissima e non bella, anche scrittrice (il suo 'Senza santi in Paradiso' è pubblicato da Salani). Lo stile e il freddo pathos del film sono perfetti." (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 12 febbraio 2010)
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