Gli invisibili

ITALIA - 1988
Gli invisibili
Sergio, un giovane metallurgico amico fraterno di "Apache", un convinto sostenitore della causa del terrorismo, abbandona il posto di lavoro per associarsi a un gruppo di Autonomia che gestisce in un capannone di fortuna una radio, organizza "espropri proletari" e fa sproloqui politici. Finisce però in carcere dove trova "Apache" e altri terroristi. Non condivide le loro tesi della lotta armata e dà anche qualche prova di umanità nel confronto di altri carcerati, presi violentemente di mira dagli estremisti, ma rifiuta arrogantemente di collaborare con la polizia. La fiducia in un eccentrico "professore" anch'egli carcerato - un ideologo sulle nuvole, sempre appartato fra scacchi, libri e musiche wagneriane - il voltafaccia della sua ragazza e gli episodi di sopruso e di violenza cui assiste impotente incidono sulla sua fragile psicologia. La violenta repressione di una rivolta, scoppiata in carcere ad opera degli estremisti e alla quale è praticamente estraneo, lo sconvolge irrimediabilmente, spingendolo a schierarsi dalla parte dei terroristi.
  • Durata: 99'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: PANORAMICA
  • Tratto da: romanzo omonimo di Nanni Balestrini
  • Produzione: ACHILLE MANZOTTI PER VIDI PRODUZIONE
  • Distribuzione: ARTISTI ASSOCIATI INTERNATIONAL - MANZOTTI HOME VIDEO, VIVIVIDEO

NOTE

- GIRATO A TERNI.

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA (1998).

- PRESENTATO ALLA 66. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2009) NELLA SEZIONE "QUESTI FANTASMI 2".

CRITICA

"Del romanzo di Nanni Balestrini 'Gli invisibili' si occuperà il critico letterario. Intanto però conviene dirne qualche cosa in occasione del film omonimo di Pasquale Squitieri. Senza estenderci più che tanto, possiamo collocare il romanzo nell'arca di un rivisitato neorealismo cioè di quella scrittura cronachistica e documentaria, direttamente vissuta e, soprattutto, parlata, ma elevata a livello epico, che è stata propria di Vittorini, Fenoglio, Pavese e tanti altri negli anni Quaranta. Ma tra i neorealisti e Balestrini c'è una differenza fondamentale di rapporto col reale: i primi raccontavano la guerra basandosi su una realtà oggettiva: da una parte i tedeschi dall'altra gli italiani; mentre invece Balestrini racconta qualche cosa che ancora oggi non ha trovato una sistemazione storica soddisfacente e che già nel suo farsi non poteva non essere velleitario e ambiguo. (...) Squitieri rende le scene di violenza collettiva con grande rapidità e confusione. Pensiamo che rappresentazioni di questo genere dovrebbero invece essere piuttosto lente e ordinate. Infatti la violenza non accorcia la durata ma, invece, dilatando la sensibilità, la allunga e la dispone in maniera analitica. Si vedano, a questo proposito, le celebri scene nella battaglia di Waterloo di Stendhal. Tra gli interpreti benché troppo aggraziati e distanti, il migliore ci pare Alfredo Rotella nella parte di Sirio." (Alberto Moravia, 'L'Espresso', 25 Settembre 1988)

"Primo film italiano che ripercorra il destino dei giovani disarmati del Movimento del '77, rimasti schiacciati fra terrorismo e repressione, rimossi dalla storia sociale italiana, cancellati dalla memoria sino all'invisibilità: è tratto da quel bellissimo romanzo omonimo di Nanni Balestrini pubblicato da Bompiani che, insieme con 'Vogliamo tutto' dello stesso autore pubblicato da Feltrinelli, rappresenta la sola testimonianza letteraria alta degli anni 1968-1980 così importanti e laceranti per l'Italia. Strutturata intorno alla rivolta in un carcere speciale identica a quella avvenuta nel carcere di Trani nel dicembre 1980, percorsa da flashback che evocano il passato dei Movimento (radio libere, espropri proletari al supermercato, nuovo disordine amoroso), interpretata da non-attori e attori a suo tempo appartenuti al Movimento, la vicenda della frattura tra chi prese il fucile echi no è condensata nella storia di due amici e della loro comune ragazza. (...) Ben fatto nelle grandi scene della rivolta carceraria e dell'esproprio, mal recitato e frettoloso, spesso goffo e troppo semplificante, il film vale per quanto racconta e perché lo racconta." (Lietta Tornabuoni, 'Panorama', 2 Ottobre 1988)

"Ma Squitieri i suoi terroristi ha voluto santificarli, non nascondendone le durezze, ma riducendo il succo del film all'assunto per cui ognuno, in assoluta coerenza con i suoi convincimenti, ha tenuto il contegno stimato più giusto. Sfrecciano indifferenti sull'autostrada, sono una simbologia fin troppo facile: anziché suggerire domande su esistenze compromesse, se non distrutte, sembrano avvolgere in un alone romantico, nella gloria e nel martirio gli irriducibili, i non pentiti. A una visione così infantile e fumettistica vien da preferire, oltre all'insuperato 'Anni di piombo' della von Trotta, 'Stammheim' di Reinhard Hauff." (Mino Argentieri, 'Rinascita')
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