Elephant

USA - 2003
Elephant
Una giornata qualunque di un liceo americano di Portland. Per ognuno degli studenti il liceo rappresenta un'esperienza diversa, arricchente e amicale per alcuni, solitaria o difficile per altri. Ma per qualcuno l'esperienza può essere devastante.
  • Durata: 81'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1.37:1)
  • Produzione: HBO FILMS, MENO FILMS, BLUE RELIEF PRODUCTIONS, IN COLLABORAZIONE CON FINE LINE FEATURES
  • Distribuzione: BIM - DVD: BIM/01 DISTRIBUTION (2009)
  • Vietato 14
  • Data uscita 3 Ottobre 2003

RECENSIONE

di Angela Prudenzi

Nella quiete di un liceo di Portland, Stati Uniti, le giornate scorrono nel più normale dei modi. Gli studenti si recano a lezione, i genitori li accompagnano, gli insegnanti li attendono. La stessa quiete che in un altro stato e in un’altra simile tranquilla cittadina, un terribile mattino era stata spazzata via dal gesto folle di alcuni ragazzi che avevano trasformato la scuola di Columbine nell’arena tragica di uno dei più sanguinosi e inspiegabili fatti di sangue che abbiano mai segnato l’America. A dare una possibile spiegazione aveva provato Michael Moore con Bowling a Columbine, documentario premiato a Cannes un anno fa. Nell’edizione 2003 Elephant, altro film americano diretto da un regista da sempre fuori dagli schemi quale Gus Van Sant, ha di nuovo sondato attraverso una operazione di pura fiction le ragioni alla base di azioni così estreme da risultare insostenibili. Pesante e difficile difatti, misurarsi con il buio in grado di oscurare le menti di giovanissimi assassini. Van Sant, giustamente premiato con la Palma d’Oro, con molta intelligenza non ha scavato nei loro animi e giocato così la carta di una facile analisi psicologica, si è limitato invece a proporre il proprio asettico punto di vista chiedendo allo spettatore di condividerlo totalmente o rifiutarlo altrettanto appieno.
Macchina fissa in un eterno piano americano, lunghi piani sequenza a seguire gli allievi su e giù per i corridoi, dialoghi ridotti al minimo, sono le caratteristiche di un penetrante sguardo che si rivela spiazzante proprio nel suo catturare la mancanza totale di avvenimenti degni di nota o situazioni personali realmente esplicative di stati d’animo disturbati. La malattia dei frequentatori delle high schools è il vuoto, il loro vagabondare lo specchio dell’assenza di stimoli ricevuti dall’esterno, e questo l’occhio del regista restituisce. Professori e genitori, adolescenti dal grilletto facile e morti innocenti, sono legati da una spiazzante, tragica, definitiva, comune incapacità a colmare questi vuoti, reali o esistenziali che siano. E se il film di Moore era un esplicito atto d’accusa diretto essenzialmente verso quegli adulti che si circondano di armi o commerciano senza scrupoli pistole e proiettili, qui i grandi condividono tutti la colpa di non sapersi rapportare con le generazioni più fragili, irresponsabili nonché passivi frequentatori degli stessi spazi fisici ed emotivi di figli e studenti. Visione crudele di una società che non ha più alcun valore da salvaguardare, figuriamoci da trasmettere. La vita per questi adolescenti di cui comprensibilmente si stenta ad accettare la reale esistenza, è un labirinto fisico e mentale che conduce spesso verso l’oscurità, raramente verso la luce, come i corridoi del liceo che solo per pochi si aprono allontanando l’incubo della strage. Ma anche chi sfugge alla morte fisica deve continuare ad affrontare disagi e incertezze, nella speranza vana di una crescita che nulla promette di liberatorio.

NOTE

- PALMA D'ORO PER MIGLIOR FILM E PREMIO PER LA MIGLIOR REGIA AL 56.MO FESTIVAL DI CANNES 2003.

- REVISIONE MINISTERIALE DEL 30.09.03

CRITICA

"Non c'è catarsi finale, né alcun tentativo di rassicurare lo spettatore: in questo consistono, a conti fatti, la terribilità e la bellezza di 'Elephant', il miglior titolo visto finora in competizione. E Van Sant si conferma il figlio più degno della controcultura americana, capace di rinunciare a Hollywood per fare esattamente il cinema che vuole". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 19 maggio 2003)

"È una metafora della parzialità di ogni sforzo destinato a capire l'universo dei giovani con le sue anomalie pericolose, come le mortali sparatorie avvenute in certe scuole americane. Interpretato da non attori (gli adulti sono professionisti), il film descrive l'ambiente scolastico con gli ambulacri interminabili, le aule, gli uffici, la biblioteca, la cafeteria e i servizi. Risuona Beethoven suonato al pianoforte da una mano incerta, la stessa che poi prenderà il fucile. Come i ciechi dell'apologo, l'autore non cerca spiegazioni, ci mette davanti i fatti e ci congeda angosciati". (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 4 ottobre 2003)

"Un anno dopo 'Bowling a Columbine', il documentario-Oscar di Michael Moore, Gus Van Sant ha vinto una meritatissima Palma d'oro con un film che ne è l'esatto rovescio. Benché sia girato a Portland, Oregon, a due passi dai luoghi della strage, 'Elephant' è infatti enigmatico e ingombrante come il suo titolo, proprio perché non affronta il 'perché' ma rende a meraviglia il 'come'. (...) Qui Van Sant, come l'altro grande fenomenologo dei teen-ager Larry Clark, il regista di 'Kids' e 'Ken Park', proprio perché non spiega nulla risulta illuminante". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 3 ottobre 2003)

"La strage è terrificante: sembra un teen-movie dell'orrore; invece sono eventi concreti, dei quali il film rifiuta di fornire approssimative spiegazioni sociologiche. Non c'è catarsi finale, né alcun tentativo di rassicurare: in questo consistono, a conti fatti, la terribilità e la bellezza di un film che s'installa nella mente dello spettatore, rifiutando di andarsene via". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 4 ottobre 2003)
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