Donne senza uomini

Zanan bedoone mardan

AUSTRIA, FRANCIA, GERMANIA - 2009
2/5
Donne senza uomini
La vita di quattro donne nella Teheran del 1953, scossa dal colpo di stato dello shah Mohammed Reza Pahlavi, avvenuto con il supporto dell'intelligence americana, che avrebbe segnato la fine della democrazia. In un giardino di orchidee, le quattro donne capiranno il valore dell'amicizia e del conforto.
  • Altri titoli:
    Women Without Men
  • Durata: 95'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Tratto da: romanzo "Donne senza uomini" di Shahrnush Parsipur (ed. Aiep)
  • Produzione: COOP99 FILMPRODUKTION, ESSENTIAL FILMPRODUKTION GMBH, SOCIÉTÉ PARISIENNE DE PRODUCTION
  • Distribuzione: BIM (2010) - DVD: 01 HOME ENTERTAINMENT (2010)
  • Data uscita 12 Marzo 2010

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Dei film irrisolti si dice spesso che abbiano una bella fotografia: non fa eccezione Donne senza uomini, tratto dal romanzo omonimo di Shahrnush Parsipur e diretto dall’affermata visual artist Shirin Neshat, iraniana che vive da 30 anni a New York.
All’esordio nel lungometraggio, la filmaker torna all’Iran del ’53: sullo sfondo del colpo di stato tramato dalla CIA, i destini di quattro donne convergono in una rigogliosa tenuta fuori Teheran, dove troveranno (?) conforto, amicizia e la liberazione dal giogo sessista, che differentemente le debilita.
Un locus amoenus, che accoglie la loro fuga dal mondo, almeno dal mondo maschile: ma non durerà, perché il golpe dello shah Mohammed Reza Pahlavi avrebbe segnato la fine della democrazia e la Rivoluzione Islamica, ovvero la nascita dell’Iran che conosciamo.
Struttura a incastro (temporale  e spaziale), declinazione ovviamente femminile, Women Without Men non trova grande beneficio nelle interpreti protagoniste, e ancor meno nella ricostruzione storica: patinata e pastorizzata dal setting (Marocco) giù fino ai costumi. Ma soprattutto sono i dialoghi a non staccarsi dalla carta e da un didascalismo illustrativo, che affoga il realismo magico e punta deciso verso la fiction televisiva: se la fotografia – estetizzante al limite del calligrafismo, ma non priva di fascino – dribbla agilmente l’estetica da piccolo schermo, viceversa vi ricadono il montaggio, l’utilizzo insistito dei primi piani e quello, stoltamente atmosferico, delle musiche di Ryuichi  Sakamoto e Abbas  Bakhtiari.
Parafrasando il cinéma du papa tanto inviso alla Nouvelle Vague francese, la sensazione è quella del cinema della nonna: annacquato, polveroso (dietro la fotografia smagliante) e, in definitiva, innocuo, perché (anche) la forma è libertà.
Peccato, perché la materia cartacea meritava esito migliore, soprattutto nell’auspicabile ping-pong sociale e politico tra quel recente passato e il presente dell’Iran, viceversa “collegato” unicamente dal cartello finale, con dedica alle vittime cadute per la libertà: dalla Rivoluzione Costituzionale del 1906 alla contemporanea Rivoluzione Verde. Didascalia che racchiude il senso del film: le sue aspirazioni frustrate, e le parole che non ha saputo tradurre per immagini. A confermare, se ancora ce ne fosse bisogno, che arte visuale e cinema non sono sinonimi.

NOTE

- LEONE D'ARGENTO PER LA MIGLIORE REGIA ALLA 66. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2009).

- NEGLI ANNI NOVANTA LA SCRITTRICE SHAHRNUSH PARSIPUR FU MESSA AL BANDO PER QUESTO ROMANZO E INVITATA A DESISTERE DALLO SCRIVERE LETTERATURA DI QUESTO GENERE.

- CANDIDATO AL NASTRO D'ARGENTO 2010 COME MIGLIOR FILM EXTRAEUROPEO.

CRITICA

"Finalmente un film bellissimo e inatteso che unisce l'importanza del soggetto alla novità dello stile e non somigliando a nient'altro è destinato a dividere. È 'Women Without Men', debutto della grande fotografa e videoartista iraniana Shirin Neshat, da sempre in esilio, girato in Marocco per evidenti ragioni politiche (...) Volendo cercare per forza dei padrini all'esordio di Shirin Neshat si possono citare Wong Kar-Wai per la musicalità di riprese e montaggio, e il Terence Davies di 'Voci lontane sempre presenti' per l'impasto di nostalgia, violenza, rimpianto. Ma è anche la condizione della donna in Iran a impressionare lo spettatore occidentale. Buona notizia: il film, tratto dal romanzo magico-realistico di Shahrnush Parsipur, ha già una distribuzione in Italia. Ne riparleremo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 10 settembre 2009)

"Anche per gli eventi che anticipano tanta politica attuale, il film è molto interessante."(Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 10 settembre 2009)

"Una grande delusione l'ha procurata 'Women Without Men' della rinomata video-artista iraniana Shirin Neshat da tempo emigrata in Usa. Il film rievoca il colpo di stato che nel '53 abbatté il governo progressista di Mossadegh e consentì allo Scià di rinsaldare la dittatura; ma nel suo flusso estenuante e oscuro di allegorie storico-femministe, non si capisce perché ci si dovrebbe leggere un atto d'accusa contro l'attuale regime fondamentalista." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 10 settembre 2009)

"Con lo stile algido e controllatissimo del suo lavoro fotografico, la regista ricostruisce l'estate del 1953 quando un colpo di Stato favorito dalla Cia depose Mossadeq per restaurare il potere dello Scià. E lo fa seguendo la storia di quattro donne, tutta a vario titolo oppresse dal potere maschile a cui cercano di sottrarsi, anche con la scelta estrema del suicidio. Ma alla fine la ricerca formale e l'elegante perfezione delle inquadrature finiscono per «congelare» la passione civile e, a volte, anche spegnere il fascino un po' misterioso di quelle quattro storie." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 10 settembre 2009)

"Affascinante l'esordio della videoartista iraniana Shirin Neshat, resa celebre per i suoi ritratti di corpi di donna interamente ricoperti da scritte in calligrafia persiana. 'Women Without Men', serio candidato in lizza per un premio importante, ci porta nell'estate del '53 a ridosso dell'ennesimo putsch imperialista britannico-statunitense che priverà l'Iran del presidente Mossadegh, eletto democraticamente e fautore, guarda caso, della nazionalizzazione del petrolio iraniano. Prima che venga imposto lo Scià, quattro donne di diversa estrazione sociale si sfiorano vivendo la loro problematica condizione psicologica. Estetizzante e deciso sperimentalismo cromatico dai set d'epoca ricostruiti in Marocco, 'Women Without Men' è composto, raffinato, atemporale grido di ribellione per le donne iraniane." (Davide Turrini, 'Liberazione', 10 settembre 2009)

"Potremmo dire che 'Women Without Men' è un viaggio di «formazione» in cui il femminile - l'universo che narrano le quattro donne - traccia una cartografia di conflitti universali. Le quattro donne vanno verso una nuova consapevolezza di sé che passa attrraverso le epoche, la morte, il disincanto, la sofferenza e anche in una diversa e strana dolcezza di complicità. Quasi che alla fine divenissero una sola, fragile e fortissima insieme, tanto da lottare per la libertà senza perdere i desideri. La cifra visiva di Neshat è quella delle sue opere, col ritmo sospeso in un intreccio di simboli e sovrimpressioni narrative. Non è un film «realistico» 'Donne senza uomini' anche se parla della realtà, è fortemente politico, quasi «didattico» nel suo rapporto col presente che non esclude dalla storia e dalla metafora. Neshat cerca una diversa sostanza dell'immagine che vuole comunicare. La sua realtà è una sospensione fantastica (molti cinefili si sono irritati gridando che non è cinema), nutrita di associazioni personali, che conduce lo spettatore, nel difficile rapporto di associazioni arte-schermo cinematografico, a un diverso sguardo non banalmente «preordinato»."
(Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 10 settembre 2009)

"Un film è altro dai video e dalla fotografia, ha un respiro diverso, esigenze complesse. E così quegli splendidi corpi coperti da scritte persiane calligraficamente perfette, quei video che ci pongono di fronte, e ci impongono, immagini di martirio, violenza, sopraffazione sistematica, sono pietre acuminate lanciate contro il muro del maschilismo di Stato, sostenuto da un sistema legale e da una cultura, religiosa e non solo, che soffoca le donne fin dall'infanzia. Fare un film è impresa coraggiosa, difficile, forse anche impossibile. Ecco perché la regista vuole, e forse deve, tornare al 1953, all'Iran di Mossadeq (e al golpe che lo destituì) (...) E nella scrittura, l'autrice ha anche qualche bella intuizione, scegliendo dal romanzo di Shahrnush Parsipur i momenti più intensi, ritagliando in un giardino la serenità per delle donne in fuga: una prostituta, una ribelle, una moglie esasperata, una donna timorata violentata da custodi del moralismo, cercano, da sole, quella felicità negatagli dagli uomini che ne pretendono il corpo e i servizi. (...) Si nota tutto il talento dell'artista, la sensibilità per i particolari, la capacità di riprendere corpi e visi. Si viene colpiti da alcune delle sue immagini, ma la staticità, nel senso più ampio del termine, al cinema, almeno in questo! caso, diventa un limite difficilmente sopportabile. La buona volontà e le buone intuizioni si scontrano con una struttura che se sulle pagine di un libro aveva la sua efficacia, con le immagini in movimento (si fa per dire) non sa raggiungere lastessa intensità. Film utile, ma che non spicca il volo." (Boris Sollazzo, 'Liberazione', 12 marzo 2010)

"Un film assai singolare, che parte da un racconto di realismo magico dell'iraniano Shahrnush Parsipur, che non disdegna però la politica, perché, come spiega in pubblico l'artista, tutto è politica, in Iran. Il suo film, manierato e lento, che intreccia il destino di quattro donne durante la rivolta del '53, e reintegro dello Scià, è in fondo una versione femminista dell''Uomo solo' di Tom Ford, assai onirico e leccato, nonostante l'impegno. Curioso, come la vita imiti l'arte." (Marco Vallora, 'La Stampa', 8 marzo 2010)

"Donne che sfuggono alla tirannia fosca degli uomini, al loro disprezzo iracondo, ai loro sguardi di imperio e possesso; donne che per tutto questo insensato dolore scelgono di separarsi dagli uomini, con la fuga, con la morte, o semplicemente col chador, quel funebre manto nero che per l'Occidente è un simbolo di esclusione e sottomissione, e che, lo capiamo dal bel film di esordio di Shirin Nashat, per le donne della società integralista islamica finisce per essere il rifugio in cui le donne si barricano per essere padrone dei loro pensieri e del loro corpo.(...) Neshat che come videoartista e regista ne ha fatto un segno di separazione di classe e di identità politica: nel film non lo portano le signore della buona società imperiale, che vestono alla parigina, si avvolge in un chador improvvisato con un lenzuolo, come fosse un manto regale, la piccola prostituta in fuga, fluttua nell'aria come un sudario il nero chador che precede il volo suicida della ragazza cui la morte concede la libertà di immaginarsi a fianco della rivolta, se ne libera la ragazza pia che se lo stringeva sempre addosso e che sognava solo di sposarsi vergine. (...) Le immagini, visionarie, oniriche, realistiche, forti, fiabesche, sono incantevoli, struggenti; dal bianco e nero forti sfumano nei colori più delicati, dai cieli immensi e tersi si chiudono su intricati e desolati boschi, il silenzio assoluto si alterna alla musica sentimentale di Sakamoto. Lontani ormai i vicoli sgretolati e minacciosi della città dove la rivoluzione si è spenta, anche la villa misteriosa difesa da un giardino lussureggiante e fatiscente, che per le donne in fuga era diventata il luogo della solidarietà, dell'esilio e della libertà, resterà vuota." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 6 mazo 2010)

"Come sarebbe un mondo di "Donne senza uomini"? Se ci ponessimo questa domanda dal pulpito del mondo occidentale, ci immetteremmo subito in una complessa argomentazione post-femminista e separatista, seppur passatista. Ma se questa domanda, o esortazione, o sogno, o provocazione, provenisse dall'Iran di oggi? Bene, allora la questione assumerebbe ben altra connotazione. Si immaginerebbe, allora, un mondo al di fuori degli uomini, oltre il loro steccato, il loro patrocinio e patrimonio, oltre le condizioni poste dal genere in una società prostrata dallo stretto dettato religioso, oltre l'impossibilità fisica e psicologica di autodeterminare il proprio destino. 'Donne senza nomini' è il titolo italiano del film di Shirin Neshat, artista di fama internazionale, iraniana di origine e americana di adozione. Nella sua lunga attività, Shirin Neshat ha sempre interrogato, nelle forme della sua arte, le questioni più radicate dell'identità femminile portando elementi della tradizione e della cultura iraniana, secolare e meravigliosa, sullo sfondo di un linguaggio contemporaneo e occidentale. Shirin Neshat non aveva mai fatto cinema e questa sua opera prima prende tutta quella carica espressiva che ha forgiato il suo immaginario artistico." (Dario Zonta, 'L'unità', 12 marzo 2010)

"Questa parte storica la regista l'ha ricostruita con accenti documentari, dando spazi volutamente più creativi ai casi delle sue quattro protagoniste. Narrandoli, pur seguendo il romanzo, non è stata sempre molto chiara né ordinata, rappresentandoli invece, con la vitalità delle sue immagini, è riuscita a suscitarvi in mezzo delle forti suggestioni visive: intanto, nell'evocazione di quel simbolico giardino in cui la natura, tra nebbia, sole e alberi, riesce a proporsi in cifre che sfiorano l'idillio, poi, grazie al velo nero di alcune di quelle donne, ottenendo risultati figurativi non dissimili da quelli tanto festeggiati nelle sue video installazioni. Il film, data la censura in Iran, è realizzato in Marocco, gli interpreti così sono iraniani emigrati. Tutti verosimili anche se - si è appreso - il parsi con cui si esprimono ha ormai accenti stranieri." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 13 marzo 2010)
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