Boyhood

USA - 2013
4/5
Boyhood
Dieci anni nella vita di Mason, a partire da quando era un bambino di 6 anni. Passando dalla spensieratezza dell'adolescenza alle difficoltà di una famiglia moderna, il tempo trascorre inesorabile tra controversie, matrimoni vacillanti e nuove nozze, cambi di scuola, primi amori, prime delusioni sentimentali, gioie e paure. All'inizio della storia, infatti, il piccolo Mason deve affrontare un grande cambiamento: la sua amata e combattiva mamma single Olivia ha deciso che lui e sua sorella maggiore Samantha devono trasferirsi a Houston, dove ritrovano il padre Mason Sr, di ritorno dall'Alaska. Inizia così la nuova, movimentata vita della famiglia del ragazzo, contraddistinta da un via vai di genitori naturali e acquisiti, ragazze, insegnanti e capi, pericoli, desideri e passioni creative, che accompagneranno Mason nel suo percorso verso l'età adulta.
  • Altri titoli:
    The 12 year project
  • Durata: 163'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM, DCP
  • Produzione: RICHARD LINKLATER, CATHLEEN SUTHERLAND PER BOYHOOD INC., DETOUR FILMPRODUCTION
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ITALY (2014)
  • Data uscita 23 Ottobre 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Simone Porrovecchio
Giorno importante il numero otto della 64 Berlinale. Un documentario inedito sull'ex ministro della difesa americano Donald Rumsfeld, il primo Orso D'Oro consegnato, alla carriera, al grande regista inglese Ken Loach e, forse, il più bel film in concorso: Boyhood, dell'americano Richard Linklater, che a Berlino è ospite fisso (ha vinto l'Orso D'Argento nel 1995 con Prima dell'alba). Linklater arriva alle 18 al Berlinale Palast per presentare personalmente il film, accolto stamattina da un'ovazione della stampa. Ad accompagnarlo sul red carpet Patricia Arquette e il giovanissimo e sorprendente Ellar Coltrane.
Dopo la trilogia Sunrise, Sunset e Midnight, Linklater sorprende il suo publico con una storia che abbraccia più o meno dieci anni, con la camera che segue l'infanzia di Mason, l'inizio della sua adolescenza fino all'età adulta. Mentre il mondo  cambia intorno a lui.  Linklater ha girato Boyhood a intervalli regolari, per undici anni. Una specie di saga cinematografica.  La voce di Mason cambia, come le case che abita con la madre, la perfetta Patricia Arquette, e la sorella, Lorelei Linklater, figlia del regista.  Ethank Hawke, il padre biologico, resta sullo sfondo, la famiglia, anche se lontana, resiste e da calore. Al posto dei vecchi computer compaiono gli iPhone. Non si vedono più sigarette nei ristoranti e la storia continua ad espandersi come un acquarello sulla tela di Linklater. Alla fine del liceo Mason decide di voler diventare fotografo. “Chiunque può fare uno scatto che non vale niente”, gli dice il tutore. “La cosa difficile è fare arte”. Ma a volte l'arte è anche nel processo di farla. Il processo e il risultato uniti indissolubilmente, diventano tutt'uno. È allora che diventa sublime. Come la vita.
Boyhood è il miglior film del concorso di questa Berlinale. È stato messo insieme con la cura che arriva dalla necessità del cuore. Gli attori sono bravissimi, ma  la recitazione  neanche si vede.   Attraversando questo film ci si chiede se non si sia già visto, da qualche parte. Ma certo. Basta guardare nella memoria. E scorrere i ricordi.  Le famiglie che si amano e che si lasciano. Le madri che fanno la cosa giusta e quella sbagliata. I padri che amano e quelli che fanno del male, le vite che salgono e quelle che scendono. Il primo bacio, e l'ultimo addio. Tutto cambia. A volte più veloce, a volte un po' di meno. Senza soluzione di continuità ma in moto continuo.  Un altro film visto a questa Berlinale attraverso gli occhi di un bambino e di un adolescente. Una sceneggiatura lunga una decade. Non temeva  Linklater  di non riuscire a finire? “Ho scritto di anno in anno, ma l'idea era chiara dall'inizio. Seguire una vita che cresce fino a che diventa adulta. I dettagli non sono stati costruiti, ma sono cambiati realmente nel corso degli anni. Come il secondo piano della casa”. Boyhood ci mostra un gabbiano in volo. E ci ricorda di quando la vita la vedevamo dal cielo.

NOTE

- ORSO D'ARGENTO PER LA MIGLIOR REGIA, PREMIO DEL GILDE DEUTSCHER FILMKUNSTTHEATER, PREMIO DELLA GIURIA DEI LETTORI DEL BERLINER MORGENPOST AL 64. FESTIVAL DI BERLINO (2014).

- GOLDEN GLOBES 2015 PER: MIGLIOR FILM DRAMMATICO, REGIA E ATTRICE (PATRICIA ARQUETTE) NON PROTAGONISTA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR ATTORE (ETHAN HAWKE) NON PROTAGONISTA E SCENEGGIATURA.

- OSCAR 2015 A PATRICIA ARQUETTE COME MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA. IL FILM ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTORE NON PROTAGONISTA (ETHAN HAWKE), SCENEGGIATURA ORIGINALE E MONTAGGIO.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2015 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Ci sono film che riescono male perché vengono girati troppo in fretta, o perché la lavorazione si dilunga e il regista si perde, o perché magari sono troppo ambiziosi e i mezzi non bastano mai. 'Boyhood' è un film a suo modo perfetto che è stato girato in meno di quaranta giorni ed è costato pochissimo, anche se la sua lavorazione si è protratta per circa dodici anni. Proprio così, dodici anni di riprese segrete, una volta l'anno, durante i quali il piccolo Mason (Ellar Coltrane), che all'inizio è un paffuto bambino, è diventato un ragazzino e poi un (bellissimo) adolescente, con tutte le trasformazioni del caso, fino a partire per il college. Dodici anni in cui non è cambiato solo lui ma i suoi genitori (Patricia Arquette e Ethan Hawke), separati fin dall'inizio e destinati a incontrare altri partner che nel film avranno un ruolo talvolta importante e talvolta no. (...) Dodici anni durante i quali è cambiata soprattutto l'America, passando dal dopo-11 settembre e dalla guerra in Iraq (...) alla presidenza di Obama. Anche qui però senza sottolineature e drammatizzazioni, contrariamente a quanto accade nel 99 per cento dei film americani, perché Linklater ha scelto una prospettiva intimista e i grandi eventi ci sono ma sempre sullo sfondo, come la musica delle tante band che ci hanno accompagnato in questi anni, dagli Arcade Fire ai Coldplay. E anche l'odio del padre per Bush serve a illuminare un momento della crescita di Mason, oltre che a ricordare un passaggio decisivo della storia recente. Mentre il boom di Harry Potter segna la fine dell'infanzia di Mason in una scena che va dritta al cuore, fatta solo di dialoghi padre/figlio e di un timing perfetto all'interno del film. Che dedica a ogni anno una sequenza, concentrata in poche ore o in una giornata, ma non costruisce un 'grande romanzo' come hanno fatto tanti altri scrittori o registi, perché non connette fra loro i tanti personaggi che incrociano il cammino di Mason e della sua famiglia (...). Anzi, molti se li perde proprio per strada, dopo aver loro dedicato magari una sola scena. Come succede nella vita (...). Ma come succede o succedeva nella vita di tutti noi, almeno prima di Facebook (c'è anche una gustosa discussione sulle nostre vite virtuali). Perché inseguendo con grande tatto e finezza quelle che potrebbero sembrare banalità, Linklater riesce a cogliere il cammino misterioso del tempo, il respiro silenzioso di un'intera epoca con una nitidezza e - qualità più insolita - una tenerezza che danno al film il sapore della prima volta. Molti altri registi, da Truffaut a Reitz ('Heimat' 2 e 3) allo stesso Linklater (la serie 'Prima dell'alba') hanno seguito attori e personaggi per anni. Ma in questo mosaico di fatto di dodici microracconti, curiosamente avari di crescendo e scene madri, è proprio il minimalismo di fondo che lentamente, goccia a goccia, ci conquista. Fino a quel bellissimo finale che rovesciando il vecchio 'carpe diem' insinua il dubbio decisivo. Forse Boyhood non è un romanzo e nemmeno una cronaca. È un poema." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 27 ottobre 2014)

"Con la trilogia 'Before', realizzata con identici personaggi e attori attraverso decenni, Richard Linklater ci aveva già fatto capire che la sua ossessione è il tempo. Ma 'Boyhood' (Orso d'argento a Berlino ) eleva il progetto alla quintessenza di un'opera sperimentale (...) un film di quasi tre ore, affascinante e imperfetto, che permette di vivere tante 'prime volte' attraverso gli occhi di un ragazzo. Elogio della banalità quotidiana? Un'opera toccante ed emozionante, invece. Dove, con tocchi lievi e senza giudizi, il regista mostra come sia cambiata la nostra vita negli ultimi vent'anni, tra avvenimenti storici (...), mutamenti sociali (... ) e affermazione del digitale." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 23 ottobre 2014)

"Si può premettere che sempre più spesso si può andare al cinema senza l'obbligo di vedere un film tradizionale: musica dal vivo, lirica, balletto, teatro, documentari e serie tv (...) rappresentano le nuove tendenze gradite a una platea sempre più differenziata ed esigente. Nel caso, però, di «Boyhood» il discorso si complica e la curiosità aumenta perché il regista americano Linklater (...) ha tentato un'impresa arditissima che non a caso nella storia del cinema è stata spesso progettata, ma quasi mai portata a termine. La semplice trama di dodici anni di vita di due adolescenti texani - dai sei ai diciotto - e dei loro genitori è stata, infatti, filmata nel corrispondente arco temporale e affidata a un mix di attori professionisti e non sulla base di un modesto budget rinnovato anno per anno, una troupe leggera solo in parte stabile e una sceneggiatura molto ben strutturata benché ovviamente esposta all'imponderabilità dell'invecchiamento degli interpreti e all'imprevedibilità del destino riservato a ciascuno dei partecipanti. (...) immagini virtuosisticamente montate da Sandra Adair (...) nello sciorinare agli occhi di uno spettatore sempre più preso dall'inestricabile connubio tra tempo reale e tempo della visione - in pratica lo snodo cruciale dello specifico filmico e l'essenza stessa della finzione audiovisiva - le vicende apparentemente banali, quotidiane, trasfigurate dal ricordo e quelle gravi, decisive o problematiche della famiglia Evans via via sottoposta alle più normali e insieme straordinarie scadenze esistenziali. L'opzione vincente di quest'unicum o meglio, come viene ormai definito, 'period movie' - sottolineata dal successo riscosso al festival di Sundance e dall'Orso d'argento assegnatogli a Berlino - non è quella d'insistere sulla metamorfosi fisica o l'impatto con le inevitabili amarezze, bensì quella di sapere cogliere in assenza di trucchi digitali i cambiamenti impercettibili che s'insediano nel nostro aspetto interiore ed esteriore in sinergia con i fatti, le date, le decisioni più evidenti. In questo senso, tutt'altro che qualunquistico (perché la Storia in ogni caso assorbe e integrai comportamenti), la bambina che canticchia una canzone o lo scorcio sull'elezione di Obama, il trasloco da Austin a Houston o le sfortunate scelte maschili operate dalla madre dopo la separazione e l'infantismo del padre o il momento della partenza per il college pareggiano i conti drammaturgici e conferiscono alla narrazione una fluidità particolare, un fascino spiazzante e un'apertura sui segreti delle persone comuni depurata dal consueto e facile taglio voyeuristico." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 23 ottobre 2014)

"Fin dal suo secondo lungometraggio 'Slacker' (Sundance 1991), Richard Linklater ha fatto del tempo una delle ossessioni del suo cinema, sempre instancabilmente a caccia della realtà che sborda tra un'inquadratura, quella che la precede e quella successiva, tra le parole dei dialoghi fiume che usa così spesso, nel rifiuto di ingabbiare convenzionalmente le sue storie nei confini dello schermo, di un genere, della dicotomia documentario /fiction. (...) Il mondo del film è visto attraverso gli occhi di Mason e, attraverso i suoi occhi, noi viviamo il suo prendere coscienza di se stesso. Che è poi il «crescere». Linklater tratteggia il quotidiano del ragazzo e dei suoi famigliari a pennellate sicure e prive di sentimentalismo. Nel suo sguardo si sente l'amore per Truffaut ('I 400 colpi' è un chiaro punto di riferimento), ma filtrato da un pudore, quasi un'austerità che sono molto made in Usa. Non sorprende infatti che tra i fan dichiarati di questo regista ci sia anche Fred Wiseman. Ogni volta che rincontriamo la famiglia dopo un certo lasso di tempo, i personaggi sono sempre leggermente diversi - più maturi o problematici i ragazzini, più sicura di sé la madre, più addomesticabile Mason Sr. (...). Intorno ai personaggi che vanno e vengono, si intravedono con la coda dell'occhio Harry Potter, la guerra in Iraq, i gadget che cambiano, Britney Spears, la campagna presidenziale 2008 in cui Mason Senior e Junior disseminano cartelli «vota Obama» nel territorio ostile di Karl Rove e George W. Bush. Alla colonna sonora (importante in questo film quasi quando quella vintage di 'Dazed and Confused'), si alternano Arcade Fire e Coldplay, Cat Power, Paul McCartney e i Flaming Lips. Linklater si muove tra una nuova realtà e l'altra dei personaggi senza bisogno di spiegazioni o di psicologismi. Confonde i riti di passaggio obbligati del romanzo di formazione alla banalità di tutti i giorni, lasciando spesso i momenti più convenzionalmente «drammatici» della storia (per esempio la separazione dei genitori) fuori campo. (...) La sua è un'aderenza totale al flusso della vita così come viene, perché in essa non c'è niente di ordinato, prevedibile, sicuro (...). Se i corpi e i volti di Arquette e Hawke riflettono, con dolce malinconia, il passare degli anni, quella di Mason è una metamorfosi che ti scorre davanti agli occhi. Cuore e guida del film, sboccerà quando stiamo per lasciarlo, a diciannove anni, in un classico personaggio «alla» Linklater, acuto, introspettivo e loquace. 'Boyhood' esiste in un equilibrio miracoloso tra il suo presente e la sua memoria: mentre lo vediamo succedere davanti a noi è come se lui ce lo stesse già raccontando. Girato in 35 millimetri, prodotto completamente al buio da IFC che accettò di finanziare la spericolata impresa dodici anni fa, 'Boyhood' è un film che dura quasi tre ore, ma si vive come un'esperienza stringatissima, essenziale. Non ha nulla della slabbratezza che spesso si deduce dal basso costo di girare in digitale. E in questa sua disciplina completamente libera e specialissima stanno il punto di partenza e di arrivo di tutto quello che Richard Linklater ha fatto fino ad oggi." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 23 ottobre 2014)

"Benvenuti nell'universo di 'Boyhood', il capolavoro di Richard Linklater, acclamato a Sundance 2014, Orso d'argento alla Berlinale e certamente degno di entrare nella Storia del cinema, sicuramente americano ma non solo. Se l'enfasi critica può suonare distonica alle banali informazioni finora sbriciolate sulla pellicola, ecco il tesoro nascosto: Mason Jr, come i suoi famigliari e coprotagonisti, sono interpretati dai medesimi attori 'raccolti' in ben 12 anni della loro vita. Il 'progetto Boyhood' nasce infatti insieme al nuovo Millennio, quando il tenace Linklater (...) s'intestardisce nella volontà di un film 'formato real-life-long', che intrappola la suddetta famiglia dal luglio 2002 agli inizi del 2014, in 39 giorni di riprese effettuate ogni anno a scadenze variabili. Questa modalità ideativo/produttiva ed estetica rende 'Boyhood' unico nel suo genere, semmai solo imparentato a pochi 'esemplari' audiovisivi extralong, tra cui i più famosi sono tedeschi: dal doc i 'Bambini di Golzow' documentario iniziato nel 1961 dalla DEFA dell'allora DDR e finito nel 2007, che mette in scena gli spinoff dei membri di una classe dall'asilo all'età adulta, ai celebri 'Heimat' e 'Berlin Alexanderplatz'. Ma nel caso di 'Boyhood' il territorio è ancora 'altrove': un racconto inventato (mirabilmente scritto sempre da Linklater) a cui gli interpreti accettano di aderire per 12 anni della loro vita e che poi verrà frantumato e 'ridotto' per montaggio in 164 minuti. Il luogo d'indagine semiotica è dunque a metà tra il formato-film e quello della Serie Tv, a cavallo tra il Reality e il cinema ad episodi. (...) Mentre i figli crescono e i genitori divorziati sviluppano nuove famiglie, pur restando loro legati, sullo fondo scorre la Storia americana, che il cineasta depriva mirabilmente di fastidiosa retorica da tele-news. Protagonista assoluta è dunque la quotidianità che solo uno sguardo eccezionale riesce a rendere straordinaria, nel suo bruciarsi tra gioie e dolori, successi e fallimenti. Con ironia (esemplari le scene coi bimbi che svogliati recitano gli inni americano e texano), suspense e assenza di giudizio su personaggi ed azioni, Linklater riesce nel miracolo della verosimiglianza al reale secondo un percorso linguistico/estetico di un cinema che ha assorbito le sperimentazioni audio-visive più complesse. Il risultato è il collaudo di un dispositivo di apparente semplicità, in un'armonia lineare ed emozionante. 'Boyhood' sembra un''Heimat' 'contratta' e profondamente americana, però unitaria e temporalmente sfumata. Tutto converge in fluidità e coesione, in narrazione come drammaturgia a raccontare la Famiglia, caposaldo in declino del Made in USA. Capolavoro." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 23 ottobre 2014)

"Per giudicare 'Boyhood', non si può prescindere dalla sua peculiarità, che è unica. Il film è stato, infatti, girato in soli 39 giorni, ma nell'arco di tempo di 12 anni. Poche scene, realizzate ogni dodici mesi, per dar vita a un progetto coraggioso, come quello di Linklater, apparentemente fuori da ogni logica commerciale e produttiva, soprattutto in un periodo di «usa e getta» dove ciò che conta, sul grande schermo, è far cassetta. Una pazzia artistica che ha permesso, però, di documentare, senza artifici tecnologici, la crescita fisica reale dei suoi interpreti, all'interno di una famiglia ordinaria. E proprio lo scorrere del tempo è, in fondo, il vero protagonista di questo percorso di formazione che ci fa spiare, tra il 2002 e il 2014, il viaggio verso l'età adulta del piccolo Mason (...). L' altra protagonista è l'America e il suo spirito, che si adattano, in più di un decennio, ai mutevoli fenomeni sociali e politici, tra bullismo, inedite sfide elettorali e genitori dal rapporto precario. Non ci sono scene madri. Qui, è la rappresentazione pura, come non è mai stata fatta, della vita umana reale, vero sogno del grande schermo, che passa anche attraverso corpi che, con gli anni, mutano, crescono, si gonfiano, cambiano. Il risultato è uno dei film più belli di sempre. Un ritratto realistico della meglio gioventù americana, perfettamente assemblato grazie anche a un cast in stato di grazia. E' una delle rare volte che un film così lungo voli via senza guardare l'orologio. Merito di una storia, solo apparentemente ordinaria, nella quale in tanti finiranno per riconoscersi. L'unica pecca è che un simile soggetto possa richiamare in sala poche persone. Comunque, un «cogito ergo sum» che rivitalizza il morente grande schermo." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 23 ottobre 2014)

"Piacerà anche chi non ama specialmente Linklater. E diffida degli esperimenti al cinema. Questo però è in grado di conquistare parecchia gente. Per la grazia leggera, per la scrittura mai banale, anche se gli avvenimenti navigano sull'ovvio." (Giorgio Carbone, 'Libero', 23 ottobre 2014)

"Accolto dal più convinto applauso alle proiezioni della stampa, 'Boyhood' (Adolescenza) di Richard Linklater ha risollevato un festival che è sembrato a tanti osservatori decisamente mediocre (...). E l'ha fatto con un film che poteva sembrare una scommessa più che azzardata: seguire due ragazzi per dodici anni, costruendo il film su alcuni momenti della loro crescita. Figli di due genitori separati (interpretati da attori professionisti, Ethan Hawke e Patricia Arquette), Mason e Samantha sono rispettivamente Ellar Coltrane e Lorelei Linklater (lei figlia del regista): li conosciamo quando si fanno i dispetti in camera da letto, li seguiamo quando la madre cerca di costruirsi una nuova vita (...) e li vediamo arrivare alle soglie dell'età adulta, lei andata a vivere da sola, lui partito per l'università. Se all'inizio il film usa i due bambini per mostrarci soprattutto i comportamenti degli adulti - la madre schiacciata dalle proprie responsabilità, il padre eterno ragazzone -, con l'entrata nell'adolescenza vera e propria la macchina da presa si concentra su di loro, sui loro problemi e le loro paure, sulla scoperta dei sentimenti e sulle prime delusioni. E si rimane ammirati da come Linklater abbia saputo adattare il passare del tempo sui corpi e sui volti dei propri attori senza perdere tensione narrativa ma facendoli interagire con temi più generali (la politica, l'educazione, le varie sensibilità sociali) e senza cadere nell'eccesso di intellettualismo e «cinefilia» che aveva finito per soffocare la sua precedente trilogia sul tempo ('Prima dell'alba', 1995; 'Prima del tramonto', 2004 e 'Before Midnight', 2013)." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 14 febbraio 2014)

"Boyhood non ha una trama: la trama è la vita stessa, il passare del tempo. Accoglienza trionfale alla Berlinale, che conferma quella ricevuta al Sundance Festival, per il film di Richard Linklater (...). Per dodici anni è stato col fiato sul collo dei suoi protagonisti, a cominciare da Ellar Coltrane che aveva 6 anni all'inizio delle riprese, nel luglio 2002, e ne ha compiuti 18 alla fine. È letteralmente cresciuto con la cinepresa addosso. Lo conosciamo quando è bambino, lo ritroviamo che si sta iscrivendo all'università. Come sfogliare un album di famiglia. Cambia tutto in lui, la voce si fa più profonda, cresce d'altezza, mutano gli interessi, dai videogame a Facebook. Una sorta di Truffaut americano, un progetto che può ricordare 'Heimat' (ma il meccanismo narrativo è diverso) o la serie 'Up' di Michael Apted (che però è un documentario tv). II fatto nuovo, che ha suscitato una forte impressione, è che si tratta dello stesso attore, e lo stesso avviene per Patricia Arquette e Ethan Hawke, che interpretano i suoi genitori, e per la sorella, Lorelei Linklater, figlia del regista, che vediamo con l'apparecchio ai denti, e la accompagneremo fino al liceo (...). Un film indipendente, dal budget modesto, che però ha un respiro epico, ed entra al piccolo trotto (164 minuti) nelle pieghe della quotidianità. (...) Gli incontri sbagliati, gli errori, le amicizie, il valore della responsabilità, la crescita. Ogni passaggio d'età avviene in maniera armoniosa. (...) Sullo sfondo l'11 settembre, la guerra in Iraq, poi il primo mandato di Obama. I genitori di Ellar e Lorelei hanno divorziato, la madre insegna psicologia, il padre si arrangia come può, è assente ma ha una sua dolcezza paterna." (Valerio Cappelli, 'Corriere della Sera', 14 febbraio 2014)

"'Boyhood' è arrivato in concorso verso la fine alla Berlinale dopo il Sundance (...), e si è subito posizionato come il film più denso di una competizione non proprio fortissima - ma non è questo il punto, il film è un capolavoro al di là della concorrenza - insieme alla 'Vita di Riley' di Alain Resnais (...). Entrambi intanto sono film che (si) pongono degli interrogativi, opere che esprimono una poetica e una ricerca intorno al fare-cinema, sui suoi strumenti e sulle sue categorie. 'Boyhood', che Linklater ha girato nell'arco di una decina di anni, dal 2002, in più riprese, mentre la storia di questa famiglia «traslocava» come loro da una città all'altra, e in una diversa dimensione temporale, e i suoi protagonisti, gli «attori» crescevano e cambiavano, è strettamente intrecciato al lavoro fatto sulla trilogia di 'Prima dell'alba', 'Prima del tramonto' e 'Prima di mezzanotte'. E non solo perché vi ritroviamo Ethan Hawke, nel ruolo del padre di Mason, ma perché qui come lì al centro del racconto, e dell'esperienza filmica, c'è l'idea (e la scommessa) di riprendere la vita, e i suoi passaggi, anche nella sua banalità, nelle sue variazioni più ordinarie, cercando ad essa una corrispondenza cinematografica. Che è fatta di parole, di corpi che cambiano, di sentimenti impalpabili. E di amarezze e gioie, traumi e sorprese che sono belle e brutte come capita. (...) E la storia di questa famiglia si porta con sé anche un po' d'America. L'Iraq, con Ethan Hawke che chiede ai figli: «Voi non ci credete vero che la guerra si fa per le Torri gemelle?», e la campagna per Obama di Mason e suo padre nella terra texana di Bush. L'America con passione per i fucili e la caccia, siamo pur sempre in Texas, e quella ultra religiosa dei genitori della nuova compagna di Mason sr. che a Mason per i 15 anni regalano una bibbia. L'America dei college e delle strade in macchina, della gente che si sposta sempre un po'... Ma la scommessa più alta, che poi è la poetica di questo regista, è appunto rendere in narrazione la vita. Linklater lo fa con dolcezza, provando a seguirne il ritmo, gli sbalzi e senza retorica né sentimentalismi. Commuove, fa ridere, accompagna amorevolmente i suoi personaggi con libertà di racconto e di regia in un film che sperimenta il tempo nel cinema e fuori, a cominciare dalla metamorfosi degli attori. Una ricerca che gli appartiene dal lungometraggio d'esordio, 'Slacker', insieme a quella ostinata caccia della realtà tra le inquadrature, le parole dei lunghi dialoghi, il rifiuto di ingabbiare convenzionalmente le sue storie entro i confini dello schermo, di un genere, della dicotomia documentario/fiction. A volte «cita» i suoi altri film (la passeggiata amorosa di Mason e della sua ragazza Sheena fino all'alba nelle strade di Austin) quasi a indicarci il movimento interno, con infinite variazioni, di un autore, e di un progetto di cinema improvvisato (Linklater ha girato in 35 millimetri) con millimetrica consapevolezza. Un po' come Mason che preferisce la fotografia in pellicola, ma come gli dice il professore, devi capire dove vuoi andare. Linklater a ogni film ci dimostra di saperlo. Senza rinunciare però alla sorpresa." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 14 febbraio 2014)

"(...) progetto originale e coraggioso del texano Richard Linklater che, contando su budget basso e alta qualità degli interpreti, confeziona un film irripetibile, esattamente come l'infanzia e l'adolescenza del protagonista, Ellar Coltrane (...) Il primo problema era trovare attori pronti a prestarsi a un simile esperimento, poi bisognava ciclicamente riunire tutti, cast e troupe, sperando che, nel frattempo, la realtà non irrompesse nell'impresa con ostacoli insuperabili (...) Eppure il fascino dell'avventura di 'Boyhood' ha coinvolto subito, non solo il protagonista, ma anche Ethan Hawke (il padre di Mason), che con Linklater ha già recitato nella trilogia amorosa aperta da 'Prima dell'alba', Patricia Arquette (la madre di Mason) e Lorelei Linklater (sorella di Mason e nella vita vera figlia del regista) (...). Intorno a Mason e a sua sorella, che crescono, ci sono adulti, come la madre e il padre, che ce la mettono tutta per essere all'altezza del loro compito, ma non sempre ci riescono. E c'è anche un Paese, gli Stati Uniti, che attraversa le sue fasi, la presidenza Bush, la guerra in Iraq, l'elezione di Obama (...)." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 14 febbraio 2014)

"Intorno alla famiglia, multipla, disgregata, riaggregata, ossessivamente religiosa, monca, ritrovata, si muovono i film papabili all'Orso d'oro del non eccellente concorso della Berlinale 64 (...). Il più brillante, accolto da lungo applauso, è l'americano 'Boyhood' di Richard Linklater. (...) Specialista del cinema che insegue il tempo (si è appena conclusa la trilogia di 'Before Sunset', 'Before Sunrise', 'Before Midnight', tre momenti di un amore in vent'anni d'alti e bassi, con gli stessi attori), Linklater ha presentato una sorta di 'Twelve Years Family Project'. Dal 2002, scrivendo e girando anno per anno, ha impostato un nucleo di mamma (Patricia Arquette), papà (Ethan Hawke), figlio (Ellar Coltrane, 6 anni) e figlia (Lorelai Linklater 8 anni) a cui ha affidato una sceneggiatura in progress, mentre gli attori crescevano e invecchiavano. Il titolo è assegnato all'esperienza dei ragazzi, la più significativa e in fondo più riuscita, la cruciale trasferta dall'infanzia all'adolescenza, tra le tre separazioni della madre inquieta, le assenze e i recuperi del padre, i cambi di casa, scuola e stati (dall'Alaska al Texas), i videogiochi, gli spinelli e la scoperta del sesso, la vocazione professionale e la questione della responsabilità. Si dice che il cinema è la morte al lavoro. Be', con gli attori che crescono, qui il cinema si riprende la vita." (Silvio Danese, 'Nazione - Carlino - Giorno', 14 febbraio 2014)

"'Boyhood' di Richard Linklater, il film in concorso più applaudito alla Berlinale, è un'epopea a basso budget realizzata in dodici anni, in tutto trentanove giorni di riprese (circa tre giorni l'anno) e i protagonisti che crescevano, o invecchiavano, davanti alla macchina da presa. (...) Un'operazione, la sua, sostanzialmente riuscita e autoriale (anche rispetto al bel documentario 'Up' di Michael Upted che aveva filmato 14 ragazzini inglesi a distanza di sette anni). (...) Al disordine esistenziale degli adulti fa da contrappunto il tentativo di comprendere il mondo e trovarvi un posto da parte dei due ragazzi, soprattutto di Mason. Le prime sigarette, la voce che cambia, la ragazza giusta che poi ti lascia e un promettente talento per la fotografia. Il genitore Peter Pan rimette su famiglia, la madre affronta la crisi economica e la perdita della casa." (Arianna Finos, 'La Repubblica', 14 febbraio 2014)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy