Ballando a Lughnasa

Dancing at Lughnasa

IRLANDA - 1998
Estate 1936. A Ballybeg, paesino della contea irlandese di Donegal, vivono le cinque sorelle Mundy, tutte nubili. Con loro c'è Michael, il figlio adolescente di Christina, la più giovane, che lo ha avuto senza essere sposata, sfidando la severa moralità dal paese. Dopo venticinque anni trascorsi come missionario in Africa, loro fratello Jack sta per ritornare a casa, e tutta la famiglia si prepara ad accoglierlo. L'esperienza missionaria ha scosso l'equilibrio di Jack, che talvolta ha dei comportamenti imprevedibili, condizionati da riti e abitudini delle popolazioni del Kenya. Inatteso, arriva anche Jerry, il papà di Michael, che chiede di rimanere per qualche giorno, prima di partire per la Spagna dove combatterà contro l'esercito franchista. La vita delle sorelle non è sempre semplice ed condizionata dalla severità di Kate, che si è assunta il ruolo di capofamiglia e decide per tutte le altre. Quella del 1936 sarà per le sorelle Mundy l'ultima estate insieme. Con l'autunno la loro vita avrà una brusca e inaspettata svolta e per loro la felicità non sarà che un ricordo...

CAST

CRITICA

"All'origine c'è un lavoro teatrale, dallo stesso titolo, scritto da Brian Friel, andato in scena a Dublino nell'aprile 1990, portato poi a Londra nell'autunno dello stesso anno e nel 1991. Nell'ottobre 1991, il testo è stato allestito anche in America, a Broadway. Successo importante, quindi, per un'opera molto radicata nella tradizione irlandese e che però ha l'ambizione di proporsi con intenti più ampi. L'obiettivo di dare alla storia confini più dilatati è stato fore raggiunto a teatro ma disatteso in maniera evidente nella versione cinematografica. La famiglia Mundy vorrebbe proporsi come microcosmo o proiezione di un momento difficile della società irlandese, stretta tra il forte richiamo delle proprie radici e la voglia di staccarsene, di andare via, di fuggire altrove. Ma il gioco della metafora non riesce, il film acquista subito le cadenze di una ballata triste, e così rimane, mai andando al di là di una commozione epidermica e prevedibile. Il racconto ha scarso respiro, le psicologie dei protagonisti sono deboli, l'affresco rimane un po' evanescente. Certo gli spunti interessanti non mancano: la funzione della danza, l'identità culturale, la figura del sacerdote tornato da contatti di forte rilevanza con la religiosità magico-tribale dell'Africa". ('Segnalazioni cinematografiche', vol. 127, 1999).
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