Babel

USA - 2006
Nella Bibbia si racconta che un tempo gli uomini, per rivaleggiare con Dio, costruirono una torre altissima cercando di raggiungere il cielo. Dio, arrabbiatosi, li punì per la loro superbia facendo crollare la loro meraviglia e facendo sì che ognuno di loro parlasse una lingua differente, mai conosciuta prima. Non riuscendo più a capirsi e a comunicare tra loro gli uomini, senza più una meta, si disseminarono lungo tutto il pianeta, dimenticando di essere tutti uguali. In Marocco due bambini stanno giocando per la strada con in mano un fucile. Per errore parte un colpo e il proiettile ferisce una turista americana su un autobus. La donna è in vacanza con suo marito per cercare di superare lo choc della morte del loro terzo figlio subito dopo il parto. La donna è ferita gravemente e l'emorragia non si ferma. Poiché si trovano in pieno deserto ed è impossibile anche solo tentare di raggiungere il più vicino ospedale, la loro guida porta la donna nel suo villaggio natale e la affida alle cure dell'unico sanitario presente, un veterinario. Contemporaneamente a San Diego la tata dei suoi figli deve partire per il Messico per andare al matrimonio di suo figlio. Poiché ha sentito alla televisione la notizia del ferimento della sua datrice di lavoro, decide di portare i bambini con sé a casa sua. Intanto a Tokyo una ragazza sordomuta cerca di superare il trauma del suicidio di sua madre seducendo ogni uomo che incontra, ma ogni volta riesce soltanto a sentirsi più sola ed emarginata.

CAST

NOTE

- AL 59MO FESTIVAL DI CANNES (2006) PREMIO PER LA MIGLIOR REGIA A ALEJANDRO GONZALES IÑÁRRITU.

- GOLDEN GLOBES 2007 COME MIGLIOR FILM DRAMMATICO.

- OSCAR 2007: MIGLIORE COLONNA SONORA. ALTRE NOMINATIONS: FILM, REGIA, ATTRICE NON PROTAGONISTA (ADRIANA BARRAZA E RINKO KIKUCHI), SCENEGGIATURA ORIGINALE, MONTAGGIO.

- DAVID DI DONATELLO 2007 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Nell'applaudito 'Babel' il messicano Alejandro González Iñárritu dilata su scala planetaria il plot a incastri di 'Amores perros' e '21 grammi'. (...) Il segmento migliore (il meno telefonato) è quello giapponese, dove una giovane sordomuta si comporta da ninfomane per sete di comunicazione e di affetto. Il resto è pura legge di Murphy: se una cosa può andare storta lo farà. Così fra Messico, Usa, Tokio e Marocco, il ricatto dei sentimenti si intreccia a quello del dolore fisico. Mentre Cate Blanchett aspetta soccorsi in un paesino dell'Atlante, il marito Brad Pitt affronta l'egoismo e l'arroganza degli altri occidentali, ignaro che nel frattempo i figlioletti rischiano la vita sul confine messicano. Anche se la tragedia peggiore si abbatte sulla famiglia dei pastorelli, perché siamo in una parabola biblica e chi sbaglia paga. Il tutto inserito in un gioco ad incastri così insistito da farsi dimostrativo e alla lunga soffocante. Il pubblico applaude. Ma dietro la forma cronometrica e brillante traspare il fantasma del vecchio e aborrito film a tesi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 24 maggio 2006)

"L'autore di 'Amores perros' e '21 grammi' (nonché del corto meno sgradevole dell'offensiva antologia '11-09-01') conferma di essere ossessionato dal gioco delle coincidenze e delle vicende parallele: nonostante il deprecato avvento della globalizzazione (che in ogni caso non gli interessa più di tanto), la linearità e la cronologia non appartengono al suo mondo e non riescono a mobilitare la sua energia interiore. Il titolo d'ispirazione biblica serve, così, a introdurre lo spettatore nelle anse imprevedibili e segrete di quattro episodi che si sviluppano su tre continenti e in tre lingue, inseguendo le reazioni e le emozioni di personaggi lontanissimi tra loro. (...) Il film è montato stupendamente e gli attori - da quelli da copertina come Brad Pitt e Cate Blanchett a quelli di sostanza come Gael Garcia Bernal e Adriana Barraza e a quelli sconosciuti come Koji Yakusho, Rinko Kikuchi, Said Tarchani e Boubker Ait El Caid - sono messi in grado di esprimere l'intensità pretesa da una trama così architettata. Peccato che la bravura del regista, cedendo a più riprese all'estetismo rallentato e al compiacimento del dettaglio, sia portata a lenire troppo platealmente le asprezze dell'approccio. Come già in '21 grammi', sembra che Iñárritu voglia conferire significati alti anche ai contrattempi più prosaici e occasionali del quadro drammaturgico: il quale, non a caso, finisce per vibrare soprattutto quando il diapason del pathos individuale e il controcanto di una natura crudele e indifferente bloccano ogni prospettiva spiritualistico-consolatoria e ogni commento sentenzioso." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 24 settembre 2006)

"Specialista nel mettere le star in situazioni estremamente deprimenti (vedi '21 grammi'), il regista messicano spedisce subito una pallottola nella candida spalla di Cate Blanchett che, già in crisi col marito Brad Pitt, rischia di morire dissanguata. (...) L'interferenza di piani spaziali e temporali può risultare molto ('Traffic', 'Syriana') o per nulla creativa. Qui, è pura accademia." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 24 maggio 2006)

"Partiamo dalla pellicola di Alejandro González Iñárritu, quasi due ore e mezza che passano in un lampo, avvinti come si è da un racconto uno e trino. (...) E' proprio quest'ultima la carta che resta elegantemente coperta in un film alla Altman, pieno di sorprese che magari qualcuno troverà troppo ben predisposte. Innegabile tuttavia la presenza di scene stupende come la fantasmagoria antropologica delle nozze messicane o il duetto fra Cate Blanchett in pericolo di vita e un Brad Pitt al vertice della bravura. Una menzione meritano anche la badante, la monumentale Adriana Barraza, e il nipote Gael Garçia Bernal." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 24 maggio 2006)

"Al regista piace giocare nascondendo il baricentro e osserva del mondo il molto disamore: il turista Brad Pitt (davvero bravo), la sua colf messicana in crisi per colpa di García Bernal, un ricco giapponese con figlia sordomuta. Le onde del destino s'ingrossano ma l'abile autore sta in bilico moltiplicando lingue e paesaggi per onorare il biblico titolo. Più freddo e accademico di 'Amores perros' e '21 grammi', il film si accavalla fluido nelle varie storie che, secondo moda, poi s'incontreranno. Scavando si trova di tutto e di più, dalla solitudine all'immigrazione, toccando i sentimenti primari di un racconto esemplarmente virtuosistico." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 17 novembre 2006)
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