Angeli armati

Men with Guns

USA - 1997
Angeli armati
In città il medico Fuentes ha uno studio ben avviato, dove cura professionisti e persone facoltose. Sentendosi ormai avanti con gli anni, ricorda con soddisfazione di aver formato, tempo prima, un gruppo di giovani medici che poi sono andati a lavorare nei villaggi indios. Quasi per caso, scopre però che uno di loro, Bravo, fa il ricettatore e lo spacciatore di droga in un quartiere malfamato. Incredulo, Fuentes sente scattare una molla che lo spinge ad andare alla ricerca degli altri per conoscerne le situazioni. Intraprende allora un viaggio nelle zone rurali e arretrate del Paese. Nel primo villaggio che incontra, viene a sapere che il dott. Echevarria è stato assassinato. Non sapendo poi come addentrarsi ancora di più nella foresta, si fa accompagnare da Conejo, un ragazzino testimone degli orrori causati dall'esercito. Insieme incontrano Domingo, un disertore colpevole di molte atrocità, Padre Portillo, un sacerdote che per vigliaccheria si è dato alla fuga al momento della rappresaglia dell'esercito, e Graciela, una ragazza diventata muta in seguito allo stupro subito dai soldati. Di villaggio in villaggio, Fuentes constata l'uccisione anche dei dottori Cienfuegos e Arenas. Resta la dott.ssa Montoja. Per trovarla, il gruppo si arrampica fino a Cerca del Cielo. Qui Fuentes, molto provato, si accascia e muore. Domingo, che aveva prestato assistenza nell'esercito, ne raccoglie l'eredità sul campo.
  • Durata: 128'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: R.PAUL MILLER, MAGGIE RENZI PER LEXINGTON ROAD - CLEAR BLUE SKY IN ASSOCIAZIONE CON THE INDIPENDENT FILM CHANNEL E ANARCHISTS' CONVENTION.
  • Distribuzione: LUCKY RED (1998) - LUCKY RED HOME VIDEO.

NOTE

- REVISIONE MINISTERO: AGOSTO 1998.

CRITICA

"'Angeli Armati' ha una morale rigorosa e severa, come è raro trovarne nel cinema scacciapensieri che domina gli schermi: esista o no il 'peccato di conoscenza', non si può fare a meno di aprire gli occhi sulla realtà che ci sta intorno. Senza emettere sentenze, Sayles ce lo dimostra mettendo in scena un film sobrio, lontano anni luce dal pietismo e dall'estetizzazione della miseria. Il cineasta americano conosce bene il valore dell'inquadratura necessaria e la sua regia sta assumendo un andamento classico, che lo apparenta a grandi colleghi del passato. Benché racconti una storia piena di orrori, la scelta è netta: rappresentare la violenza senza abbandonarsi alla violenza della rappresentazione". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 27 agosto 1998)
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