2 giorni a New York

2 Days in New York

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2 giorni a New York
La fotografa Marion vive ora a New York con Mingus, giornalista radiofonico, i loro due figli, nati dalle rispettive relazioni precedenti, e un gatto. In occasione della nuova mostra di Marion, dalla Francia arrivano suo padre Jeannot, che non parla una parola d'inglese, e sua sorella Rose con il fidanzato Manu (l'ex di Marion). L'organizzazione della mostra e le differenze culturali tra Mingus, vero e proprio newyorkese, e gli ospiti francesi renderanno la vita di Marion particolarmente animata...
  • Durata: 91'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA, ARRIRAW/(2K), 35 MM/D-CINEMA/DCP (1:1.85)
  • Produzione: SCOTT FRANKLIN, JULIE DELPY, ULF ISRAEL, HUBERT TOINT, JEAN-JACQUES NEIRA PER POLARIS IN CO-PRODUZIONE CON TEMPETE SOUS UN CRANE, SENATOR FILM, SAGA FILM, ALVY PRODUCTIONS, INPRODUCTION, TDY FILM PRODUKTION, BNP PARIBAS FILM FUND, IN ASSOCIAZIONE CON PROTOZOA PICTURES
  • Distribuzione: OFFICINE UBU (2014)
  • Data uscita 9 Gennaio 2014

TRAILER

RECENSIONE

Dopo 2 giorni a Parigi, Julie Delpy ribalta l'ambientazione e insiste sui luoghi comuni che separano americani e transalpini.La chiassosa famiglia di Marion va nella Grande Mela, con conseguenze piuttosto disastrose. Tra equivoci, giochi di parole e comicità viscerale, la Delpy mette in scena un film spiritoso, ma poco graffiante.L'attrice/regista sa ironizzare sugli stereotipi ma manca quella freschezza necessaria per rendere il film davvero riuscito. Divertente cammeo di Vincent Gallo.
Adriano Ercolani

CRITICA

"Non sazia della trilogia sentimentale condivisa tra liti e bacini con Ethan Hawke, Julie Delpy, da autrice, dona anche i due giorni a Parigi con questi due a New York, in cui la troviamo convivente con Chris Rock. Le cose della vita, finta spudoratezza, finta improvvisazione, affetti in contraddizione, tutto condito con un po' di isteria, girando nel pentolone dell'autobiografia con molesta sensazione di artefatto." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 9 gennaio 2014)

"L'attrice, sceneggiatrice e regista Julie Delpy dà un seguito alla storia della sua Marion, personaggio da lei stessa incarnato, inaugurata dalla precedente commedia umoristico-romantica '2 giorni a Parigi'. Ora siamo a New York e la fotografa francese Marion si è americanizzata. (...) moderatamente piacevole e divertente. Ma, ci si augura vivamente, senza grandi pretese." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 9 gennaio 2014)

"Secondo una regola non scritta, i personaggi delle commedie non devono essere troppo spiritosi. Sono buffi, o comici, che è un'altra faccenda (molte le eccezioni, dai fratelli Marx a Woody Allen, ma sono appunto eccezioni). A casa di Julie Delpy invece fanno tutti gli spiritosi. (...) una irritante full immersion nei luoghi comuni dei due paesi protagonisti che riesce a rendere antipatico il 100% dei personaggi sullo schermo, compreso Vincent Gallo nei panni di se stesso. Un'impresa, a ben vedere." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 gennaio 2014).

"Attrice a cavallo fra Francia e Usa, Julie Delpy ha lavorato con maestri europei quali Kieslowski e Godard, ma come regista i suoi modelli di riferimento sono semmai gli americani Richard Linklater e Woody Allen, da cui ha imparato a sublimare in chiave di sofisticato umorismo i contrasti di coppia. Così a sei anni dai fatidici 'Due giorni a Parigi' che le erano costati la fine della storia d'amore con Adam Golberg, ecco la fotografa Delpy serenamente accasata a New York con il giornalista di colore Chris Rock, finché l'arrivo dei familiari parigini non scatena nella sua routine il caos. La base semi-autobiografica è enfatizzata dalla presenza sullo schermo del vero padre di Julie, Albert, un ottantenne Peter Pan che non ha perso la voglia di spassarsela; mentre Alexia Landeau (anche co-sceneggiatrice), è la sorella competitiva e mezza ninfomane che le fa di continuo saltare i nervi. Situazioni bizzarre, inclusa un'asta «concettuale» in cui la Delpy vende l'anima al diavolo di turno (Vincent Gallo) e poi si pente; un gioco continuo sulle differenze culturali che stravolge gli stereotipi. Qui l'unica persona sensata è Rock, a parte la strana abitudine di colloquiare con la sagoma di Obama." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 9 gennaio 2014)

"Leggendo come ne parla il vissuto personale deve essere una fonte di ispirazione inesauribile per Julie Delpy. Figlia di attori protagonisti della scena sperimentale francese negli anni Sessanta, rigorosamente senza un soldo - in un'intervista uscita sul 'Guardian' raccontava che la prima casa con bagno risale ai suoi otto anni, e che da piccolina in tavola per risparmiare c'era sempre tanta pastasciutta - Marie Pillet e Albert Delpy, quest'ultimo tra i protagonisti, nel ruolo di suo padre, e non troppo lontano dalla realtà, in '2 giorni a New York'. Nata in Francia, un compagno americano, il compositore Marc Streitenfeld col quale ha avuto un bimbo, Leo, oggi vive a Los Angeles ma da Hollywood si sente distante - eppure ha avuto una candidatura all'Oscar per la migliore sceneggiatura con 'Before the Sunset - Prima del tramonto'. Ma tant'è. In passato è stata un'icona di Kieslowski ('Tre colori...'), prima nel suo curriculum troviamo Godard ('King Lear') e Carax ('Rosso sangue'). Poi c'è stato l'incontro con Richard Linklater, e con Celine, la sua svagatezza lunare e il senso dell'umorismo di chi sa prendersi in giro si accordavano magicamente al personaggio che interpreta in 'Prima dell'alba'. (...) Nonostante la complicità creativa con Linkalater per il suo esordio cinematografico non è però Celine il riferimento di Delpy. Non solo almeno, anche se da quell'esperienza l'attrice e regista ha preso sicuramente la voglia di espandere nel tempo i suoi personaggi e le sue storie. La protagonista di '2 giorni a New York', sequel di '2 giorni a Parigi', somiglia in effetti più alla stessa Delpy (...) Molti interni, meno visioni di città, ma la geografia mai come in questo caso è uno stato dell'animo. Il critico americano Roger Ebert, aveva molto amato il film (lo fa uscire in Italia la Ubu) avvicinando l'autrice a Woody Allen. Il paragone è il primo che viene in mente per il tono da commedia nevrotica (zona 'Annie Hall') e molto metropolitana. Il personaggio di Delpy che è abbastanza antipatico, è pieno di idiosincrasie verso il mondo circostante, per niente diplomatica, ruvida e soprattutto molto poco politicamente corretta. Rivendica quello che è, e la sua prima persona, e cerca momenti di fuga come nel surreale incontro con l'acquirente della sua anima, il Renaissance Man Vincent Gallo. Al tempo stesso l'autrice guarda in altre direzioni, prima tra tutte il divario tra Europa e America, motivo ricorrente di questo suo diario che oscilla tra i due mondi con una libertà (pure sopra le righe) permessa proprio dal sentimento di reciproca distanza. Dunque eccoci nell'imbarazzo di scoprire un orgasmo nel proprio bagno, o in una lite tra sorelle che finisce a schiaffi... L'inizio e la fine sono come quelli della fiaba: «c'era una volta». Ma la voce di Delpy ci avverte che nelle fiabe «dopo il lieto fine inizia la vita, più dura da gestire di qualsiasi drago». Fragilità di uno stare al mondo sfidato con il sorriso." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 9 gennaio 2014)

"L'impatto tra yankees e Parisiens è dirompente, ovvio scontro di archetipi e luoghi comuni con un esito che riappacifica le parti purché ciascuno a casa sua. Dalla regina dei 'self-sequel' (è da poco uscito 'Before Midnight', il terzo episodio della saga dei 'Before..' diretta da Linklater con l'inossidabile coppia Delpy-Hawke) ecco il seguito di 'Due giorni a Parigi' (2007): la regista/attrice/musicista/sceneggiatrice ci crede e tutto sommato se la cava, benché questo dittico non brilli in originalità." (Anna Maria Pasetti, 'Il fatto Quotidiano', 9 gennaio 2014)

"Deludente commedia sentimentale, fiacco seguito di '2 giorni a Parigi', della recidiva, presuntuosa Julie Delpy. Un filmino insopportabilmente logorroico e inutilmente sboccato attorno a una famigliola riunita negli Stati Uniti. II vertice del ridicolo lo toccano i tre ospiti che, a differenza della protagonista, francese pure lei (!), parlano come l'ispettore Clouseau." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 9 gennaio 2014)
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