Wonderstruck

Una famiglia al museo per Todd Haynes: in Concorso a Cannes, l'adattamento da Brian Selznick tra libertà e friabilità

18 maggio 2017
3/5
Wonderstruck

Libero ma anche involuto, magico ma anche pedissequo, anelante ma anche friabile. E’ il nuovo film di Todd Haynes, Wonderstruck, con cui il regista americano ritorna in concorso a Cannes dopo Carol del 2015.

Potrebbero sembrare, anzi, sembrano film di due diversi autori: estatico, controllato, perfino calligrafico il primo, ad altezza di bambino, giocherellone e accorato il secondo.

Si tratta dell’adattamento del libro omonimo di Brian Selznick (2011), autore già portato sul grande schermo da Martin Scorsese con Hugo Cabret, è interpretato dal 12enne Oakes Fegley, la 14enne Millicent Simmonds, con l’abituale Julianne Moore e Michelle Williams in ruoli di supporto.

Intreccia, in formato famiglia, due storie: 1977, Ben rimane sordo per un fulmine, scappa dal natio Minnesota e raggiunge New York; 1927, Rose, una ragazzina sorda del New Jersey, raggiunge la Grande Mela in cerca della sua attrice preferita. Nel libro la storia di Rose era raccontata esclusivamente per immagini, qui con un film nel film, muto e in bianco e nero, mentre quella di Ben, anch’essa girata in 35mm, ha fotografia per colore e pasta che riecheggia volutamente gli anni ’70.

Sappiamo bene, il cinema in costume per Haynes è sempre (far) vedere come si vedeva all’epoca. Produce Amazon, il genere di riferimento è un mistery classico, con enigmi familiari da risolvere per procedere al 2quadro” successivo, e il setting da notte al museo, quello di storia naturale della Grande Mela. Haynes ci sguazza abbastanza, si mette al servizio dei ragazzini, della loro ricerca vitale e fantasmagorica insieme, lega silenziosità del film alla loro sordità, insegue emozioni su tavolozza indie.

Non è affatto un brutto film, anzi, ma la libertà qui sperimentata da Haynes va spesso a detrimento della compattezza, dell’abituale rigore: spiegoni e secche, e troppo da delegare nel finale al taccuino di Fegley e Moore per tirare le fila. In fondo, anche l’emozione finisce per disperdersi, per normalizzarsi, per farsi cornice anziché quadro, per darsi per guadagnata senza palpiti, senza reali sorprese. Un miracolo dato per assunto, insomma, o forse un diorama da museo.

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