The Greatest Showman

Hugh Jackman riporta in vita il celebre Barnum ed è il vero mattatore di questo musical spettacolare e coraggioso. Con tutte le ingenuità (perdonabili) di un'opera prima

20 dicembre 2017
3/5
The Greatest Showman

Nei giorni di Natale, il cinema invita gli spettatori a ballare sulle note dei sentimenti più caldi, delle emozioni che ci toccano il cuore. Sotto l’albero, troveremo un musical lontano dalla cinefilia di La La Land di Damien Chazelle e dai primi piani serratissimi de Les Misérables di Tom Hooper. Non siamo ai vertici di Vincent Minnelli o di Gene Kelly e Stanley Donen, ma il lieto fine è d’obbligo in ogni film musicale che si rispetti. Ogni volta viene la pelle d’oca, mentre i ballerini volteggiano e le sontuose scenografie si accavallano, con numeri da capogiro, perché siamo in un circo, un circo ineguagliabile. I trapezisti saltano da un cerchio infuocato a una corda, gli elefanti invadono la scena e il pubblico scatta in piedi quando entra P.T. Barnum, un visionario che ha realizzato l’impossibile.

Lui è il classico self made man, l’uomo che si è “fatto da solo” inseguendo il sogno americano. Siamo nell’Ottocento e Barnum è figlio di un sarto, un bambino qualunque apparentemente senza futuro. Si innamora della figlia del riccone di turno, passano gli anni, e alla fine la sposa, dopo essere saltato da un lavoro all’altro, che gli ha permesso di mettere un buon gruzzolo da parte.

Ma l’azienda dove fa l’impiegato fallisce, e Barnum si trova in mezzo alla strada, con le tasche vuote e la mente piena di idee. Con un ardito sotterfugio, apre un museo delle cere, che la gente purtroppo ignora. Serve qualcosa di esaltante, di unico, come un tendone pieno di strane attrazioni, di “mostri” da sbattere in faccia alla società perbenista. La scommessa funziona, anche se le difficoltà non tardano ad arrivare.

Si sentono gli echi del Freaks di Tod Browning in questo The Greatest Showman, anche se l’approccio non è quello di un film leggero. L’esordiente Michael Gracey gioca con l’ottimismo e costruisce un’allegoria dell’America di Trump. La donna barbuta, l’uomo più alto del continente, il nano e il resto della compagnia rappresentano il diverso, lo straniero che l’upper class non può accettare. Anche se hanno diritto di vivere anche loro, di mostrarsi in pubblico senza provare vergogna. Questo è lo spettacolo più grande del mondo, quello in cui siamo tutti uguali, in cui il colore della pelle o un handicap non portano alla discriminazione. È nata una stella? Non solo una, ma tante, che finalmente possono brillare di un’esistenza normale.

 

The Greatest Showman ha tutte le acerbità di un’opera prima, e a volte cade negli stereotipi (vedi le dichiarazioni d’amore sulla spiaggia), ma le coreografie valgono il prezzo del biglietto e le musiche sono travolgenti. Era dai tempi di Moulin Rouge che un casa di produzione non accettava la sfida di realizzare un musical che non fosse neanche mai stato a Broadway. La scommessa è vinta e Hugh Jackman, Barnum nel film, dimostra di essere il vero mattatore, il one man show su cui costruire l’intera vicenda. L’attore aveva già dato prova del suo talento nel kolossal di Tom Hooper, e conferma di essere uno degli attori più versatili di Hollywood. Prima Wolverine, poi Valjean e adesso Barnum: il re dello spettacolo, il presentatore che ammicca alla platea con il suo sorriso smagliante, l’uomo del momento.

Il musical di Gracey è un dono natalizio, ma è anche un monito all’ambizione sfrenata, alla voglia di raggiungere il successo a ogni costo. Però non temete sognatori di tutto il mondo, durante le feste anche il più grande showman di tutti i tempi si ricorderà di essere il più buono.

  • Bertie

    Non sono d’accordo. Ho trovato le musiche troppo pop e la trama banale. Jackman se l’è cavata molto bene e penso che il film sia fatto tecnicamente bene, ma penso che il risultato finale sia immaturo anche per il modo in cui i temi, belli, che tocca vengono poco approfonditi. Spettacolare e sentimentale, ma vuoto.

    • ivan

      Concordo con Bertie..anzi, fin troppo buono. Film di una superficialità imbarazzante. La grandeur scenografica e coreografica non bastano…

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