Si muore tutti democristiani

Il terzo segreto di satira dimentica YouTube e si adatta al cinema: piacevole, solida, pensante, un'ironica commedia a sfondo sociale

3 novembre 2017
3,5/5
Si muore tutti democristiani

L’eccezione che (non) invalida la regola. Abbiamo detto, cattivi ultimi i The Jackal con l’esordio Addio fottuti musi verdi, che gli youtuber al cinema devono essere vietati per legge, eppure, dobbiamo parzialmente ricrederci. Il terzo segreto di satira sbarca sul grande schermo, e non è una cattiva notizia: Si muore tutti democristiani non delude. Per due motivi fondamentali: già i loro video hanno un minimo di drammaturgia, un tot di ariosità narrativa, poi, ed è il punto saliente, questo è un film-film, ovvero ha una sceneggiatura, vergata dal collettivo con l’esperto Ugo Chiti. Nel senso, non dobbiamo ricrederci noi, si son ricreduti loro: il cinema è altra cosa, e bisogna fare un’altra cosa, non esportare i clippini e suturare col montaggio.

Di che parla? Con più di qualche spunto autobiografico, di tre videomaker (Marco Ripoldi, Massimiliano Loizzi e Walter Leonardi) che realizzano documentari a tema sociale. Faticosamente, provano ad arrivare a fine mese, finché non si palesa l’occasione per svoltare o giù di lì: un doc per l’onlus giudiziariamente chiacchierata Africando, che varrebbe un bel 150k. Che fare? Non c’entra Lenin, ma l’etica del lavoro sì: “Meglio fare cose pulite con i soldi sporchi o cose sporche con soldi puliti?”.

Il basso continuo è l’ironia, ironia, ehm, sociale: quello che ha sposato la pargola di un mobiliere, quello che si dibatte sulla liceità morale, quello che doveva andare al G8, ma si imboscò a La Spezia a fare il bagno. E, ancora, i sindacati che vorrebbero uno spot per il Primo Maggio innovativo, ma le coppie gay con figli anche no; e, ancora, incubi di matrice bergmaniana-kafkiana, innescati dall’acquisto di un bell’ombrello; e, ancora, la vita da coinquilini, con il subaffitto annesso e la maturità non concessa.

Illustri cammei, da Paolo Rossi a Peter Gomez e Lilli Gruber, partecipazioni speciali, da Valentina Lodovini a Francesco Mandelli, Si muore tutti democristiani ha sprezzature arbasiniane, leggerezza Millennial e retrogusto da commedia all’italiana riveduta e scorretta. Ma non troppo.

Promossi. Soprattutto, per i momenti marginali, le interpunzioni: “Oh, una mucca” intravista sulla strada del G8, le parole dopo il sesso con la ex, il sushi per tornare dalla moglie. Sì, sono gli interstizi a dare nell’occhio.

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