Lion – La strada verso casa

Magia di internet, potenza del cinema: il regista Garth Davis e la salvezza tramite Google Earth

20 dicembre 2016
3/5
Lion – La strada verso casa

Magia di internet, potenza del cinema. La globalizzazione non è il demonio che vogliono farci credere, e salva la vita di un pargolo che ha perso la strada di casa. Per Oliver Stone (Snowden) la rete minaccia la libertà, esercita un dominio assoluto sull’essere umano: dai computer arriva un controllo totale sull’individuo, con le webcam che si trasformano in uno spioncino per monitorare il pianeta intero. Invece il regista regista Garth Davis ci infonde una speranza, e mostra come Google Earth sia il modo più semplice e imprevisto per poter riabbracciare i propri cari. Lion è un viaggio lungo venticinque anni, un’andata e ritorno che avrebbe fatto impallidire anche Senofonte e la sua Anabasi.

Saroo è uno dei tanti bambini poveri che vive ai margini della società indiana. Ha cinque anni, e suo fratello Guddu si prende cura di lui insieme alla madre. Un giorno si addormenta sul treno sbagliato e si ritrova a migliaia di chilometri dal suo villaggio, sperso nelle grandi città in cui nessuno lo capisce. Saroo parla l’hindi, mentre gli altri bengalese, quindi comunicare diventa impossibile. Dopo mille peripezie, il bambino riesce a farsi adottare da una famiglia australiana, ma le origini non si scordano mai.

Garth Davis è un esordiente che punta subito in alto. Si è fatto le ossa dirigendo gli spot pubblicitari, per i quali ha ricevuto premi, applausi e tanti soldi. Lion, il suo primo lungometraggio, è l’adattamento del romanzo A long way home di Saroo Brierley, e cerca con una sorta di analisi trasversale, il senso della vita. Ciò che non uccide, rende più forti, lo diceva anche Nietzsche. E un figlio strappato dal focolare in tenera età non ha scelta: combattere o morire. Il protagonista lotta per non soccombere, mentre gli altri cercano di sopraffarlo. L’immagine è quella di un’India distrutta dalla disparità sociale, che non riesce ad assimilare le troppe persone che la popolano. The millionaire di Danny Boyle aveva stupito con il ritratto di una nazione senza una vera identità, e Lion segue le sue orme. Ma questa volta non si parla di quiz dai favolosi montepremi: ora vanno in scena l’umanesimo e la ricerca di se stessi. Chi siamo? Da dove veniamo? Domande che nessuno osa più farsi, in un mondo troppo veloce, che non lascia il tempo di respirare.

L’analisi del protagonista, interpretato da Dev Patel, parte dal bisogno di appartenere a qualcuno. Casa è dove vivono le persone che ci amano, anche se si parla di adozione. Nicole Kidman è una donna che ha scelto di crescere i bambini degli altri, non perché non può averne di suoi, ma per una necessità di aiutare chi è stato costretto a lasciare la propria terra. Saroo la riconosce come madre, anche se il richiamo della natura non si può far tacere: ovunque sia, la mamma rimane sempre la mamma, e il senso di colpa per una ricerca tardiva pesa più di un macigno.

Lion è un film ambizioso, che propone un grande affresco e tocca il cuore.  La realtà nuda e cruda vista con gli occhi di un bambino riesce sempre a meravigliare. Il viaggio fisico si alterna con quello interiore, i sentimenti superano la finzione, e si vuole un lieto fine ad ogni costo. Ma la vita è sempre ricca di colpi scena, specialmente se il tuo nome è Saroo Brierley.

  • Gianfranco

    E’ un film dalle forti emozioni, che difficilmente lascia indifferenti. Le riflessioni e le domande che si insinuano nella mente dopo la visione sono tante e investono i più svariati argomenti. Certo l’identità di chi perde le proprie radici genetiche e culturali, ma anche la violenza e la sofferenza estreme che attraversano la vita di milioni di emarginati, dei quali, questo film ci svela spietatamente l’esistenza, il tema dell’adozione, della difficoltà di crescere bambini presi a calci dalla vita e la nobiltà d’animo di chi sceglie questa strada difficilissima pur potendo procreare. Anche l’interpretazione dei ruoli mi è sembrata di ottimo livello, per questo motivo avrei messo almeno una stella in più.

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