C’est la vie! – Prendila come viene

I re del feel-good movie alla francese fanno festa. Gli spettatori ringraziano

30 ottobre 2017
3,5/5
C’est la vie! – Prendila come viene

Max è un wedding planner alla vigilia di un matrimonio e del congedo. L’ultima impresa è un ricevimento di nozze nel giardino di un castello del XVII secolo con sposa vaga, sposo pretenzioso, commensali borghesi e un’équipe fedele quanto incompetente. Niente ovviamente andrà come previsto e quelli che dovevano sorvegliare la riuscita dell’evento finiranno loro malgrado per boicottarlo.

Tre anni dopo Samba, i re del feel-good movie alla francese (Quasi amici) realizzano il loro film più convincente. Se il soggetto è banale e il suo sviluppo convenzionale (i fusibili saltano, il piatto principale si guasta, le suocere incanagliscono), il punto di vista è originale. Eludendo il sempiterno regolamento di conti familiari, Éric Toledano e Olivier Nakache seguono l’attività frenetica agita dietro le quinte da una piccola impresa multietnica di cuochi pagati in nero, camerieri improvvisati senza il permesso di soggiorno, fotografi frustrati, maître de salle pedanti, sedicenti cantanti poliglotti. Commedia corale, C’est la vie! cerca i suoi coristi ai quattro angoli del cinema francese.

Da Judith Chemla a Gilles Lellouche, da Vincent Macaigne a Suzanne Clément, passando per Benjamin Lavernhe e William Lebghil, tutti lustrano, fino a lucentezza, il rispettivo registro di predilezione. Interpreti eterogenei, provenienti da orizzonti diversi, infondono il senso della festa del titolo originale (Le Sense de la fête). A dirigerli, tra un brano di Eros Ramazzotti e una chanson (richiesta) di Fèlix Mayol, è Jean-Pierre Bacri, che ribadisce il suo personaggio di burbero flemmatico e brontolone. Assenza ostinata di sorrisi, è perfetto a contenere il rilassamento disciplinare del personale e gli intenerimenti leziosi dei due autori.

Accordando la commedia al suo diapason, la sua presenza opaca e toujours contre agisce come conduttore, affilando gli angoli sovente smussati del cinema di Toledano e Nakache, che abbandonano l’utopia sociale per festeggiare con grazia e (fuochi di) artificio l’effimero.

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