Baby Boss di Tom McGrath

Il secondogenito, quanti problemi porta? L'animazione DreamWorks in formato famiglia incanta grandi e piccini

18 aprile 2017
3,5/5
Baby Boss di Tom McGrath
Baby Boss di Tom McGrath

Il secondogenito, ovvero il fratellino o la sorellina, quanti problemi che porta con sé. S’intende, per il fratello o la sorella maggiore, costretto/a a fare i conti col nuovo arrivato e fresco indesiderato, ovvero Baby Boss.

Forte dell’esperienza di Shrek, Kung Fu Panda e Madagascar, dalla cui trilogia viene il regista Tom McGrath, DreamWorks rilegge su schermo il bestseller di Marla Frazee e prende per mano, e per gli occhi, grandi e piccini mostrando, e talvolta perfino stigmatizzando, quel che accade in una famiglia all’arrivo di un altro, diciamo il secondo ma non solo, bebè.

Il punto di vista, immaginifico e insieme analitico, è quello del settenne Tim, la new entry a gamba tesa di Baby Boss, che si palesa in taxi, giacca e cravatta e ventiquattrore. Ma la acerrima, per loro, e gustosa, per noi, rivalità tra i due fratelli non durerà in eterno, e quando Tim finirà in castigo per “maltrattamenti” sarà proprio Baby Boss a porgergli il fazzoletto e rivelarsi – ma era già stato scoperto – per quel che è: una spia in missione segreta, quella di salvaguardare i neonati dall’estinzione, ossia la sostituzione da parte dei cuccioli di cane…

Non mancano godibili trovate fumettare – i sogni a occhi aperti di Tim – né architetture visuali spassose – il nastro trasportatore dei neonati – ma a convincere sono soprattutto i due protagonisti, Tim e Baby Boss, che fanno paradigma senza sforzo né noia: il maggiore e il minore, uniti per la salvaguardia dei bambini di tutto il mondo.

Sì, buoni sentimenti affidati a una commedia animata sempre piacevole e a tratti esilarante, che sa strizzare l’occhio agli adulti – gag politicamente scorrette e perfino una puzzetta – senza eludere l’aspetto pedagogico.

In fondo, a tenere insieme grandi e piccini è il mito di Peter Pan qui retrodatato al fasciatoio: già il miraggio dell’eterna giovinezza non conosce età. Peccato per qualche passaggio stracco e involuto, per giunta infarcito di “spiegoni” – la genesi del villain è farraginosa, il cambiamento di Baby Boss tanto repentino da essere inconsulto – ma Baby Boss è felice, la singolar tenzone tra i fratellini ha tutti i colori delle emozioni.

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