In lotta a 120 battiti al minuto

"Bisognava smettere di avere paura", ricorda Robin Campillo. Che torna all'esperienza di Act Up-Paris, ma allerta: "Macron pensa che l'AIDS sia il passato, sbaglia"
In lotta a 120 battiti al minuto

“Quando avevo vent’anni, l’epidemia di Aids stava dilagando nel mondo. Eravamo tutti terrorizzati, i giovani morivano come mosche. Un anno dopo ho iniziato a studiare cinema, ma la macchina da presa non mi permetteva di comprendere la tragedia di questa malattia. Ho lasciato la scuola e mi sono unito ad Act Up-Paris, per poi tornare alla regia. Bisognava smettere di avere paura, non eravamo vittime, ma attori anche politici. Ho capito che dovevo realizzare un film su questo tema, non tanto sulla patologia, ma sulla forza militante che si vede nelle riunioni di Act Up”. Maglietta blu, spirito da combattente: il regista Robin Campillo sembra non essere mai invecchiato, solo i capelli bianchi dimostrano l’andare degli anni. Il suo 120 battiti al minuto uscirà nelle sale italiane il 5 ottobre, distribuito da Teodora Film.

Grand Prix della Giuria 120 battements par minute di Robin Campillo

“Act Up è sempre stato un movimento locale. È nato negli Stati Uniti, ma in Francia era più facile coordinarsi. Oltreoceano c’erano le sedi di New York, Boston e San Francisco, da noi tutto ruota, ancora adesso, attorno a Parigi, che è il centro del potere. In Francia c’è sempre stato poco pragmatismo, anche con l’attuale governo. I dibattiti infuriano, ma le scelte pratiche latitano”. Poi Campillo critica l’Eliseo: “Macron pensa che l’Aids appartenga al passato. Alla conferenza di Parigi sull’argomento non si è presentato, e ha mandato un suo rappresentante. La medicina ha fatto passi da gigante, ma c’è ancora molto da lavorare. Le terapie di oggi non sono più nocive e riducono gli effetti collaterali. La prevenzione è la chiave. Però servirebbe una forte volontà politica”.

120 battiti al minuto è ambientato agli inizi degli anni Novanta e il protagonista è Nathan, l’attore Arnaud Valois, un ragazzo che decide di unirsi ad Act Up-Paris, gruppo che lotta per i diritti dei sieropositivi. “Ci sentivamo completamente immersi in questa avventura. Era affascinante prendere parte a un’opera così importante. Girando insieme, siamo diventati una famiglia”, spiega Valois.

Nel film, Nathan si innamora di Sean, uno dei membri più radicali del movimento. Intanto le azioni di Act Up continuano, senza sosta. “Attaccavamo i laboratori delle multinazionali farmaceutiche, perché dicevano di non poter produrre abbastanza medicinali per tutti. Non pubblicavano i risultati delle loro ricerche e, in America, non davano le medicine a chi era terminale, togliendogli ogni speranza”.

Campillo ha collaborato alla sceneggiatura de La classe di Laurent Cantet, vincitore della Palma d’Oro al sessantunesimo Festival di Cannes. “Laurent è un amico. Ci siamo conosciuti alla scuola di cinema, poi io ho preso la strada di Act Up. Con lui, ho scoperto l’uso del digitale, e posso dire che entrambi abbiamo imparato molto l’uno dall’altro”.

Infine si parla anche di Oscar: “Dopo il grande successo del film in molti hanno cercato di prendersene il merito, specialmente dopo che è stato scelto per andare alla conquista della mitica statuetta. Io non sento di rappresentare la Francia, ma la mia storia. Anche in America lo devono vedere, perché ci hanno ispirato con i loro modelli”. L’inno alla vita di Campillo conclude l’incontro: “Noi eravamo giovani, volevamo divertirci, cantare e ballare. Volevamo amare in libertà, senza doverci continuamente confrontare con la morte”.

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