Forza Maggiore

Turist

SVEZIA, DANIMARCA, FRANCIA, NORVEGIA - 2014
4/5
Forza Maggiore
Durante una settimana bianca in Francia, una famiglia svedese sta pranzando in un ristorante quando una valanga "controllata" sembra sul punto di investire i villeggianti. Preso dal panico, il padre scappa, piantando in asso la moglie e entrambi i figli. L'incidente non avrà luogo, ma porterà a galla conflitti da sempre nascosti e per tutta la famiglia niente sarà più come prima.
  • Altri titoli:
    Force Majeure
    Fuerza mayor
    Höhere Gewalt
    Snow Therapy
    Tourist
  • Durata: 118'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: HD (1:2.35)
  • Produzione: PLATTFORM PRODUKTION AB, PARISIENNE, COPRODUCTION OFFICE APS, MOTLYS
  • Distribuzione: TEODORA FILM (2015)
  • Data uscita 7 Maggio 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Alpi francesi, una famiglia svedese in settimana bianca. L'hotel è lussuoso, il paesaggio ameno, le piste perfette, i cannoni tuonano per controllare le valanghe. Tutto bene, finché un'esplosione non è poi così controllata e la valanga sembra travolgere la terrazza su cui Tomas (Johannes Kuhnke), Ebba (Lisa Loven Kongsli) e i figli Vera e Harry stanno pranzando: attimi di terrore, mentre il bianco occupa tutto. Ma due reazioni opposte: Ebba si preoccupa dei figli, Tomas prende guanti, cellulare e corre via.
Tutti indenni, tranne la relazione: Ebba non perdona a Tomas di essersene andato a gambe levate, di non aver protetto né lei né, soprattutto, i figli. Insomma, sotto la neve non finisce nessuno, ma le conseguenze sono egualmente devastanti: Tomas si trincera nel mutismo, Ebba non ci dorme e due sconosciuti o due amici sono analogamente buoni per tornare sul misfatto, verbalizzando in pubblico…Tranquilli, se il tema è serio, molto, ma la trattazione che ne dà lo svedese, classe 1974, regista e sceneggiatore Ruben Ostlund è ironica, ilare, “alleggerita”: Turist /Force majeure, al Certain Regard. Già, forse Tomas s'è dato per causa di forza maggiore, ma una coppia, una famiglia può stare in piedi se qualcuno nel momento del bisogno è scappato? Progressivamente, lo stesso Tomas non se ne dà pace, ma capire se ci fa o ci è non è facile: Ostlund spariglia le carte e i registri, mette il film nella carreggiata del dramedy ma sentimentale, comico, romanzo di formazione, e chi più ne ha, sono sul tavolo, pardon, sullo schermo.
L'unica vera pecca è la durata eccessiva (un'ora e 58 minuti), ma Turist offre splendide immagini alpine, contrappunti sonori iperbolici e l'insostenibile leggerezza dell'istinto di sopravvivenza su un basso continuo che nella (mancata) tragedia trova sempre l'occasione di una sacrosanta risata. Riuscirà il buon Tomas a tornare compagno, padre, uomo? Ah, saperlo…
PS: Pare quasi superfluo, ma in Italia un film così non lo sappiamo fare. E non per le valanghe, s'intende.

NOTE

- REALIZZATO CON IL SUPPORTO DI: SVENSKA FILM INSTITUTET, EURIMAGES, NORSK FILMINSTITUTT, NORDISK FILM & TV FOND, DET DANSKE FILMINSTITUT - MINOR ORDNINGEN, BLS BUSINESS LOCATION SÜDTIROL - ALTO ADIGE, CINÉMAS DU MONDE - CENTRE NATIONAL DU CINÉMA ET DE L'IMAGE ANIMÉE - MINISTÈRE DES AFFAIRES ÉTRANGÈRES - INSTITUT FRANÇAIS, MEDIA PROGRAMME OF THE EUROPEAN UNION, ZDF/ARTE IN COLLABORAZIONE CON: ARTE, SVERIGES TELEVISION, C MORE, DR, YLE.

- PREMIO DELLA GIURIA 'UN CERTAIN REGARD' AL 67. FESTIVAL DI CANNES (2014).

- CANDIDATO AL GOLDEN GLOBE 2015 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"(..) è un film, come si dice sbrigativamente, per cinéfili, ma è proprio per questo che una sommessa richiesta lo fa sopravvivere nelle retrovie delle sale. (...) L'autentica catastrofe emotiva e psicologica si scatena (...) quando l'allarme cessa e tutti scoprono d'essere rimasti vivi: sulla scia del cinema della crudeltà di Haneke, il protagonista viene accerchiato da atmosfere e situazioni sempre più distruttive, minacciose, grottesche. La metafora centrale - esposta con uno stile spigoloso, rapsodico e a tratti tutt'altro che gradevole - si basa su quelle pulsioni e quelle reazioni socialmente inconfessabili che, dopo avere inferto ferite alonate di umanissima vergogna, provocano una reazione a catena in cui rabbia, disperazione, perdita del potere (soprattutto maschile) e tradimenti si confondono irrimediabilmente." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 28 maggio 2015)

"È un dramma da camera spalancato negli spazi bianchi e agorafobici in cui l'individuo e il gruppo risaltano mentre si perdono e si ritrovano." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 15 maggio 2015)

"(...) non è un film catastrofico quello premiato e insinuante del 40enne svedese Ruben Östlund. (...) Questa bellissima commedia umana che inizia in flash da primo giorno di crociera e finisce in geniale metafora on the road, aperta sull'infinito, ha una potenza espressiva incontrollabile, una valanga di emozioni sotterranee, sentimenti inespressi, con stile moderno che riguarda tutti e nessuno e osserva da scienziato la seduzione della bugia e la capacità di negare la codardia. Arrivato al cinema con passione per sci e video, l'autore salda il debito filmando impeccabile e cinico rarefatta aria di montagna e paura dei sensi. La ricca documentazione sulla psicologia degli scampati a catastrofi, ossigena un racconto non sociologico ma interiore, che dimostra la vacuità delle istituzioni affettive e la falsa confidenza tra coppie che coccolano le incomprensioni: nessuno si conosce più. Non pensate a un film intimidatorio: il dramma è stemperato nella vita, nelle sciate fuori pista, fino alla catarsi finale che ci ripete ancora, ne fosse bisogno, che è infelice la terra che ha ancora bisogno di eroi anche con gli sci." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 7 maggio 2015)

"(...) un intreccio psicologico molto attento e quasi sottile, ma affastellato attorno da situazioni o marginali o addirittura così didascaliche da diventare confuse, anche perché, alcune, le definitive, sono lasciate solo all'intelligenza degli spettatori, come se fosse un film di Bergman. Adeguati gli interpreti, sia svedesi sia norvegesi, ma anche loro poco conosciuti qui da noi." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 7 maggio 2015)

"Problema serio, svolgimento leggero: classe 1974, il regista e sceneggiatore svedese Ruben Östlund sceglie l'ironia e ci porta a spasso con 'Forza maggiore', il lato oscuro delle famiglie componibili Ikea, un 'dramedy' come non si vedeva da parecchio. Sentimentale e comico, scanzonato e spietato, offre splendide immagini alpine, contrappunti sonori thriller e l'insostenibile leggerezza dell'istinto di sopravvivenza: salvare la pelle o la coppia? Unico neo la durata eccessiva, è consigliatissimo a tutti, specialmente agli sceneggiatori abulici del cinemino nostro: una valanga, pardon, una risata li seppellirà." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 7 maggio 2015)

"(...) un «dramma esistenziale», centrato su interrogativi raggelanti, che riguardano l'istinto di sopravvivenza, il ruolo del capofamiglia nella società contemporanea, i comportamenti assunti dalle persone in situazioni di grave pericolo (...). L'illuminante parabola di 'Forza maggiore' ricorda che anche l'uomo civilizzato deve fare i conti con gli istinti. E che, di norma, non si comporta affatto come nei «disaster movie» hollywoodiani»." (Fulvia Caprara, 'La Stampa', 7 maggio 2015)

"Piacerà a chi dall'epoca di 'Festen' s'è fatto la (giusta) idea che il cinema scandinavo le crisi familiari sa raccontarle come nessuno. Tanto più che il regista Östlund si rivela pure inventivo (le idilliache foto di gruppo alternate con le immagini del gruppo disgregato)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 7 maggio 2015)

"Se Michael Haneke, il regista di 'Caché' e del 'Nastro bianco', dirigesse una di quelle implacabili commedie sugli uomini che sapeva scrivere solo John Cassavetes, il risultato somiglierebbe a questo 'Forza maggiore' (...), quarto film di uno svedese tutto da scoprire, Ruben Östlund. Che metabolizza la lezione del suo più illustre conterraneo, Ingmar Bergman naturalmente, aggiornandola alla nostra epoca. Quando il benessere diffuso e una tecnologia sempre più soft e pervasiva soffoca qualsiasi confronto con le forze primordiali della Natura, tanto fuori che dentro di noi. Mentre le conquiste del femminismo e i confini sempre più labili fra i sessi convivono con aspettative magari antiquate ma ancora molto radicate nella mentalità di tutti. Senza distinzione di genere, cultura o età. (...) ogni luogo e ogni momento di quella vita di svago (...) (una lunga scena tutta al maschile, assolutamente geniale), assume sfumature minacciose e insieme esilaranti. Anche grazie a una straordinaria colonna sonora (musiche e rumori) e a una capacità unica di rendere minacciosi gli spazi, quelli geometrici dell'albergo come quelli selvaggi delle montagne, che dà a questa commedia crudele accenti ora buñueliani, per il senso sempre incombente dell'assurdo, e ora addirittura epici. Un grande film sulla vergogna, e sui sentimenti più inconfessabili in generale, in cui comico e tragico si confondono fino a diventare una cosa sola. Come succede solo ai più grandi." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 maggio 2015)

"'Forza maggiore' è davvero un bel film del quarantenne regista svedese Ruben Östlund (...). Ci riguarda tutti perché parla di come i ruoli di genere siano ormai immaginari, del prevalere dell'istinto primario di sopravvivenza sulle responsabilità verso gli altri, delle fratture spesso insanabili che si creano per l'incomprensione familiare, della solitudine dei bambini quando sentono frantumare la sicurezza vitale immaginando che i genitori si dividano. (...) Ebba (...) non è l'eroe che la società e lui stesso ancora pretendono siano gli uomini, che forse non lo sono mai stati e soprattutto non lo sono più oggi, in tempi di crisi della maschilità che non sempre riesce ad accettare la propria autentica fragilità umana e la perdita di potere sulle loro donne e la loro indipendenza." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 4 maggio 2015)

"Un falso allarme, come vedremo, capace però di spazzare via in pochi secondi tutte le certezze di una famiglia nella quale si rispecchiano le fragilità di un'intera società. (...) 'Forza maggiore' di Ruben Östlund fotografa uno di quei momenti nella vita delle persone dopo i quali niente sarà più come prima. (...) Assistiamo (...) a nuove 'scene da un matrimonio', senza il reciproco gioco al massacro messo in scena da Bergman, ma dove il confronto tra marito e moglie non risparmia sofferenze e umiliazioni. (...) A uscire distrutta in pochi minuti allora è la figura del maschio in una società, quella svedese, dove le donne occupano posti chiave in tutti i settori tanto da relegare i propri partner a figure sullo sfondo. Seppur motivato da un comprensibile istinto di sopravvivenza, l'abbandono dei figli nel momento del pericolo è l'unico tradimento che una donna non può perdonare, un atto di viltà che rimette in discussione l'assetto famigliare, il patto tra due coniugi chiamati a sacrificare la propria vita per salvare quella dei figli. Così, a differenza dei film hollywoodiani (ma non solo) dove tanti padri, anche divorziati, approfittano di una situazione di pericolo per dimostrare a figli ed ex mogli di essere all'altezza della situazione e di poter ancora aspirare a un ruolo fondamentale in seno alla famiglia, qui è la madre che si fa carico di ricostruire il nido distrutto, con pazienza, comprensione e la consapevolezza però che è solo su se stessa che potrà contare." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 29 aprile 2015)
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