White Shadow

Forma troppo perfetta e compiaciuta: il crudele trattamento degli albini filmato da Noaz Deshe non convince alla SIC

2 Settembre 2013
2/5
White Shadow
White Shadow

Ombre bianche. Ecco cosa sono costretti a diventare gli albini in Tanzania. Esseri umani che si devono fare fantasmi per sopravvivere. Una credenza orrenda vuole infatti che la loro eccezionalità porti fortuna e che per far girare la sorte dalla propria parte sia consigliato appropriarsi di parti dei loro corpi. Sembra un rito di altri tempi, invece è una caccia all’uomo spietata che ancora oggi nonostante i divieti non conosce tramonto. Macchina a mano, inquadrature vorticose, l’esordiente Noaz Deshe non ha paura di guardare in faccia l’orrore. Pedina senza tregua l’adolescente Alias, solo una tra le tante ombre in fuga da morte certa. Il ragazzo però,  a differenza della maggior parte dei compagni con la pelle bianca, vuole vivere e lotta per riuscirci. Sordo agli insulti,  caparbio nella difesa della propria persona, non si fa sopraffare. Lasciar lavorare la testa piuttosto dell’istinto, la sua difesa migliore. Che lo porterà alla conquista della libertà. 
Crudele nonostante la luce del finale,  White Shadow non concede tregua nel descivere l’eccesso di crudeltà che avvolge le persone affette da albinismo. E ancora più atroce, il veritiero racconto di morti e mutilazioni. Alla Settimana della Critica, Deshe colpisce duro, chiedendo allo spettatore di non distogliere lo sguardo e soprattutto di non dimenticare.  Gli eccessi ci sono ma non appartengono a ciò che viene mostrato quanto piuttosto alla forma sin troppo perfetta scelta per farlo. Se la forma è sostanza, un minore compiacimento nella costruzione delle inquadrature avrebbe giovato al risultato finale.

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