Vita di Pi

Ang Lee gareggia a testa alta con Yann Martel: natura vs. cultura, individuo vs. relazione, che sia il suo film summa?

19 Dicembre 2012
4/5
Vita di Pi
Vita di Pi

Dal celebre romanzo di Yann Martel (premiato nel 2002 con il prestigioso Booker Prize), Vita di Pi approda sullo schermo con il pluripremiato Ang Lee, dopo una lunga e difficile gestazione: quasi dieci anni di controversie e l’avvicendamento di diversi registi e sceneggiatori, per trovare infine la coppia formata dal regista taiwanese e David Magee, che ha riscritto la sceneggiatura nel 2010. Lunghissimo anche il  casting per scegliere il giovane protagonista: l’ha spuntata l’esordiente Suraj Sharma, un’altra scommessa di Ang Lee, che fatta eccezione per Gérard Depardieu non ha voluto volti noti nel cast.
La storia inizia e finisce a Montreal con Martel che, in crisi da pagina bianca, s’imbatte fortunatamente nella vicenda bigger than life di Piscine Molitor Patel (a 17 anni di età è interpretato da Suraj Sharma, contemporaneo da Irrfan Khan e adolescente da Ayush Tandon):  conosciuto da tutti come Pi, cresce sereno e multi-religioso a Pondicherry, India, negli anni ‘70, il padre (Adil Hussain) possiede uno zoo e il ragazzo passa le giornate tra tigri, zebre e ippopotami. Dopo avere tentato di fare amicizia con una tigre del Bengala di nome Richard Parker, il padre lo ammonisce: “La tigre non è tua amica! Gli animali non pensano come noi e chi trascura questo fatto viene ucciso!”. Quando Pi ha 17 anni, sull’onda dei cambiamenti politico-sociali del Paese, il padre e la madre (Tabu) decidono di emigrare in Canada alla ricerca di una vita migliore. Pi deve lasciare il suo primo amore, per imbarcarsi con genitori e alcuni animali dello zoo su una nave giapponese, dove incontrano uno chef sgarbato (Gérard Depardieu). Ma durante la notte accade l’impensabile: la nave affonda, Pi miracolosamente sopravvive e si trova su una scialuppa in pieno oceano Pacifico con una zebra, una iena e un orangutan. Non rimarrà nessuno di questi, ma qualcuno manca all’appello: Richard Parker. E’ con lui che Pi dovrà fare i conti, and is a matter of life and death…
3D – la prima volta per Ang Lee – delicato e fascinoso, splendide inquadrature marine, con il gioco di specchi tra oceano e cielo riproposto più volte, Ang Lee vince la sfida: la sua Life of Pi gareggia a testa alta con il libro di Martel per stile, pathos e, soprattutto, presa empatica. Suraj Sharma fa il suo, con una prova fisicamente impegnativa e poeticamente totalizzante, e il suo nemico-amico Richard Parker non è da meno: una convivenza forzata, la loro, che Lee e Magee rievocano senza sindrome da peluche, ovvero, senza addomesticare la fiera e senza imbambolare l’uomo. Il fiato è sospeso, e nel bel mezzo dell’oceano spunta un interrogativo: che Vita di Pi sia il film summa di Ang Lee? Natura versus cultura, individuo versus società, afflati mistici e pragmatico sincretismo, i temi cari al regista taiwanese ci sono tutti, e brillano come (quasi) non mai. Sarà il mare?

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