Velvet Buzzsaw

Dopo Nightcrawler, Dan Gilroy ritrova Jake Gyllenhaal, ma non quel valore: un monito sull'arte-morte senza pugna. Su Netflix, dal 1° febbraio

31 Gennaio 2019
2,5/5
Velvet Buzzsaw

Art pour l’art? Macché, arte-vita, anzi, arte -morte. Dopo il bell’esordio Nightcrawler del 2014, il regista e sceneggiatore Dan Gilroy – in mezzo il medio Roman J. Israel, Esq. (2017), con Denzel Washington – ritrova Jake Gyllenhaal e la moglie Rene Russo in Velvet Buzzsaw (“Sega circolare di velluto”), presentato in anteprima al Sundance e da domani 1° febbraio 2019 disponibile su Netflix.

Il film, un thriller con declinazioni horror, si apre all’Art Basel Miami Beach, dove conosciamo i protagonisti, tutti, si capisce, appartenenti al mondo esclusivo ed elusivo, per non dire di peggio, dell’arte: il critico affettato e influente Morf Vandewalt (Gyllenhaal), la gallerista che tutto può Rhodora (Russo), la buyer museale Gretchen (Toni Colette), il rampante e senza scrupoli Ricky Blane (Peter Gadiot) e la più morbida agente Josephina (Zawe Ashton), con cui Morf ha una relazione. Un diorama in cui gusto e competenza, per non dire talento, sembrano optional, ma così va il mondo, almeno fin quando una scoperta non lo sconvolge: Josephina s’imbatte in una incredibile collezione à la Francis Bacon lasciata nel proprio appartamento da un anziano, Dease, deceduto. Chi ci metterà le mani per primo? E, sopra tutto, è giusto scriverne, mostrarla e, certo, venderla?

Interrogativi soggiogati all’ambizione, l’avidità e il potere, che Gilroy esplora con gusto dapprima estetizzante e quindi moralizzante: che persone sono Morf e gli altri? Dov’è, ammesso l’abbiano, la loro umanità? Che cosa è, qui e ora, l’arte? Ne viene quasi una sit-com, in cui il regista-sceneggiatore dimostra di conoscere la materia, ma denuncia un mancato approdo: qual è l’ubi consistam, dunque il genere, di Velvet Buzzsaw? Dobbiamo pensare al trash oppure a un Animali notturni in chiave parodistica, o che altro?

Lo sconfinamento nell’horror, più che reale conseguenza poetica, sembra una via di fuga dall’impasse poetico-stilistico, dal diorama appunto: si sente la necessità, il calcolo, la piccineria, se non pochezza, dell’operazione. Ah, quanto era più coraggioso e soddisfacente Nightcrawler

Anche qui Gyllenhaal, in versione uccel di bosco e di riviera, dimostra doti attoriali non comuni, e il restante cast non sfigura, ma sono se non macchiette comunque pupazzetti di un gioco di certo più grande di loro, ma mai sfidante e dunque gratificante. Tanto chiacchiere per nulla, insomma, e mentre le sentiamo Gilroy scivola verso la medietà, se non mediocrità, di cineasta.

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