L’albero del vicino

Niente è come sembra in questa dark comedy islandese costruita tutta sulla sottrazione e l'inespresso: da applausi

26 giugno 2018
4/5
L’albero del vicino
Under the Tree

Il matrimonio di Atli è al capolinea: sua moglie Agnes lo ha sorpreso nell’atto di guardare un vecchio filmino hard girato ai tempi di una precedente relazione e lo ha buttato fuori di casa, impedendogli di avere contatti con la figlia. L’uomo è costretto, dunque, a tornare dai genitori che vivono in un lindo quartiere residenziale, solo apparentemente tranquillo. Si scopre, infatti, che i due anziani coniugi sono in conflitto con i vicini di casa, una coppia senza figli costituita da un marito appassionato di tiro al bersaglio e da un’ex modella costantemente impegnata ad andare in bicicletta e ad avere cura della sua forma fisica. Il motivo principale della disputa è l’albero che troneggia nel giardino dei genitori di Atli: la sua enorme ombra impedisce alla vicina di prendere il sole.

Tagliarlo è fuori discussione perché ad esso è legato il ricordo di un triste evento che ha colpito in passato la famiglia di Atli: la scomparsa del fratello, presumibilmente morto suicida. Nessuno sa che fine abbia fatto, ma la madre sembra, in qualche modo, riversare il suo tormento inconsolabile sulla presenza perturbante dell’albero. “Sotto di esso si riposa in pace”, è l’espressione che utilizza rivolgendosi alla vicina nel corso di uno dei tanti violenti battibecchi.

Un giorno la gatta di casa scompare e la madre di Atli è convinta che la colpa sia dei vicini. Inizia così un’escalation inarrestabile di paranoie e ritorsioni, verbali e fisiche, sempre più eclatanti, che finirà per canalizzare all’esterno il flusso corrosivo di una violenza sotterranea mai espressa, una sorta di miasma tossico pronto a sprigionarsi dalla superficie anonima del quotidiano e a sconvolgere le esistenze dei protagonisti.

Velato da un irresistibile humor nero che funge da collante tensivo, Under the Tree dell’islandese Hafsteinn Gunnar Sigurðsson (in gara a Venezia 2017, sezione Orizzonti) è un film asciutto, essenziale, che lavora sugli spostamenti: il senso di ciò che viene mostrato deve essere rintracciato sempre altrove, nell’abisso diegetico invisibile che plasma le psicologie dei personaggi e ne determina le azioni.

 

La scena della rivelazione finale (per quanto vagamente prevedibile) regala un ultimo piccolo brivido senza aggiungere nulla a un meccanismo narrativo già ben oliato. Applausi al termine della proiezione per la stampa nella Sala Casinò.

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alina

Non mi ha convinto del tutto, ma l’ho trovato valido, perchè molto asciutto ed essenziale senza lasciare spazio ad effetti “cinematografici”. Un pò dark, un pò noir, un pò dramma psicologico , drammatico quanto basta per invitare lo spettatore ad una cruda riflessione su come il malessere interiore può diventare un boomerang per se stessi e gli altri. Da vedere e meditare .

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