Una sconfinata giovinezza

L'amore ai tempi dell'Alzheimer per Pupi Avati. Che perde nel ping pong tra il suo passato e il presente del suo personaggio

7 Ottobre 2010
2/5
Una sconfinata giovinezza
Una sconfinata giovinezza

“E’ quasi una favola: Chicca e Lino non hanno bambini, finché lei un giorno non se lo ritrova in braccio”. Nell’estrema e lirica sintesi di Fabrizio Bentivoglio, è Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati, prodotto da Duea (la società di Pupi e del fratello Antonio) con RaiCinema e distribuito da 01.
Interpretato da Bentivoglio, il Lino prima firma sportiva del Messaggero colpito dalla malattia, la moglie Chicca Francesca Neri, il cognato Lino Capolicchio, la cognata Manuela Morabito e la zia Serena Grandi, il film inquadra (troppo) pacificamente la catalisi dell’eros coniugale in pietas materna con l’Alzheimer per catalizzatore e la intreccia e contrappunta alla regressione all’infanzia nell’Emilia bucolica del Lino precocemente orfano, tra il cane Perché e quelli della zia, “la lotta” per iniziarsi al sesso e il brillante da scovare nell’auto dove hanno perso la vita i genitori, l’amicizia e un bambino senza palato.
Con facile giornalismo, l’amore ai tempi dell’Alzheimer, e se Avati sceglie un terreno struggente e sdrucciolevole il percorso poetico del film evita possibilmente, indi passabilmente, le derive patetiche, il sentimentalismo d’accatto a favore di orme nette, se non dure.
Fin qui bene, e buone prove attoriali  – al netto di trucco e parrucco a effetto invecchiamento e difetto verosimiglianza – aiutano, ma il ping pong tra il presente drammaticamente assente e il passato (in)felicemente presente di Lino è giocato su campi incongrui, con la palla ineluttabilmente – letterale – destinata al net, il filo drammaturgicamente scoperto di alte ambizioni, pregevoli intenzioni ed esiti insufficienti. In altre parole, il retroterra memoriale è quello autobiografico di Pupi, l’hic et nunc quello di un personaggio, Lino, che mal vi si attaglia: la crasi è dunque più sconclusionata che sconfinata, incaponendosi su amicizia e iniziazione di un uomo (Lino) che non diresti lui, e infatti è Pupi.
Non solo, se il versante tecnico – al netto dei grandangoli – è meno infido che negli ultimi lavori del regista bolognese, classe 1938, l’Italia contemporanea, il nostro quotidiano vissuto continua a rimanere in fuoricampo: non c’è realtà, ma teatri di posa e treni sbagliati. Avati si “vanta” di non mettere il piede in sala, forse, non mette nemmeno il naso fuori dalla porta: Una sconfinata giovinezza o una confinata terza età?

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