Them

Il problema razziale? Un'altra american horror story. La recensione della serie ideata da Little Marvin, disponibile su Amazon prime Video

12 Gennaio 2022
3/5
Them

Salutata dall’endorsement di Stephen King (“Mi ha terrorizzato”) e trainata dal ritorno sulla scena del cinema (e non solo su quella) del problema razziale, Them, la nuova serie originale Amazon, rappresenta il punto di coagulo della recente declinazione politica e discorsiva del black movie. Ovvero il tentativo di compromissione tra le campionature orrorifiche di Jordan Peel e il processo di revisione storica del cinema istituzionale di denuncia.

Antologica come American Horror Story ma iperrealista e stilisticamente ambiziosa come la coeva Lovecraft Country, la serie creata da Little Marvin racconta, fuor di metafora, una discesa all’inferno di una famiglia afroamericana negli happy days degli anni 50, gli Emory.
Them ha un preludio, che verrà svelato per esteso solo più avanti, in cui si intuisce come la loro decisione di lasciare il North Carolina per la California non sia solo all’inseguimento di un illusorio American Dream ma fuga da un passato che si vorrebbe dimenticare.

THEM

L’idea del trauma non cicatrizzato è del resto l’asse concettuale di tutta la serie. Ed è proprio il decalage la strategia enunciativa utilizzata da Marvin per restituire l’orrore della rimozione, dove i punti salienti della storia vengono occultati e rimandati a un’agnizione successiva (che si avrà solo al penultimo, riuscitissimo episodio). L’altro espediente, saldato con il precedente, è un meccanismo vertiginoso di rispecchiamento/ribaltamento: qui il conflitto viene agito sul piano dei segni, nel cortocircuito tra i significanti di un’ideologia egualitaria e loro effettivo significato.

A partire dagli spazi (case, scuole, pub, luoghi di lavoro), dove le ipocrisie della condivisione restituiscono plasticamente il perdurare di una volontà segregazionista. La contraddizione tra la parola e la prassi è del resto ab origine, figlia del tradimento evangelico operato dai discendenti dei Padri Pellegrini nei confronti degli afroamericani, opportunisticamente trasformati da stranieri da accogliere in idolatri da punire sottomettendo e rieducando (come chiarito nell’episodio in b/n). Questo peccato originale nel mito fondativo americano viene replicato nei passaggi-chiave della sua Storia, come durante la grande migrazione tra gli anni dieci e settanta del Novecento, quando circa sei milioni di afroamericani si spostarono dagli Stati del sud verso quelli del Nordest, in un progetto di upgrade socio-economico.

L’ambizione borghese degli Emory riecheggia a distanza di secoli quella dei loro antenati in cerca di un posto al sole nel Nuovo Mondo, e quella rivendicazione di libertà non ha mai smesso di subire il contrappasso delle catene. Allo stesso modo la determinante economicista del sopruso bianco viene perpetuata, sembra, fino ai giorni nostri, con un giro di boa abbastanza significativo negli scintillanti anni cinquanta.

Them solletica questo nesso di causalità ma non possiede sufficiente piglio per marchiarlo a fuoco, preferendo rivoltolarsi nei fantasmi della psiche e nei mostri del fanatismo, con cui finisce per moltiplicare e anche pasticciare i livelli del racconto.
Il ricorso ai classici jump scares tradisce un che di derivativo, mentre l’insostenibile sadismo di alcune situazioni rischia di alimentare indignazione e rabbia nello spettatore senza condurlo verso un reale processo di autocoscienza.

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