The White Girl

Il talento visivo di Christopher Doyle è indubbio, ma si innamora troppo della macchina da presa. Al TFF35 il film diretto insieme a Jenny Suen, senza incantare

30 novembre 2017
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The White Girl

Nell’immaginario comune, la luce del sole porta la vita, illumina nell’oscurità e trasforma in cenere mostri e vampiri. Purtroppo, nel mondo reale, può anche uccidere. La Ragazza Fantasma (The White Girl) deve vivere nell’ombra, rinchiusa in un catapecchia sospesa sull’acqua. Sua madre aveva una rara malattia e i medici si sono accorti troppo tardi che il buio era la sua unica salvezza. Il padre è un pescatore, è povero, e non riesce a portarla via da quel villaggio paludoso di Hong Kong. Lei vorrebbe diventare una principessa e abitare in un bellissimo palazzo, ma i suoi restano sogni irrealizzabili. I compagni di scuola la scherniscono e lei si sente invisibile agli occhi del mondo.

Un giorno, un misterioso straniero di nome Sakamoto viene a vivere in un rudere in mezzo al bosco. Di lui si sa solo che è un artista, e che passa le sue giornate a spiare le persone con una sorta di periscopio posizionato sul tetto. Si incontrano vicino al mare e tra i due nasce uno strano legame, forse d’amore o forse solo di curiosità. Lei è in piena crisi adolescenziale e si rifugia da Sakamoto, dove finalmente si sente protetta. Intanto un gruppo di falsi turisti si aggira tra le reti e i pescherecci, pensando di sfrattare la popolazione e di costruire palazzi di lusso.

Il villaggio è un’allegoria di Hong Kong che, da qualche anno, in seguito alle aperture commerciali con la Cina, si è visto invadere da tanti colossi industriali che hanno stravolto la vita della città. Questa “rivoluzione” ha toccato anche il cinema, che oggi naviga acque burrascose, naufragando in un mercato dove solo gli spettacoloni dettano legge.

In The White Girl gli uomini d’affari con gli occhi a mandorla sono un pericolo per chi non ha niente da mangiare. Il sindaco corrotto vuole vendere il territorio a chi investe in parcheggi e hotel a cinque stelle. Questa realtà resta solo abbozzata. Più che la riflessione sociale, ai registi Jenny Suen e Christopher Doyle interessa lo spettacolo facile e farciscono la storia di troppi personaggi che sanno di macchietta. Il primo cittadino sembra essere uscito da un cartoon, per non parlare del bambino che vende zampironi, dei monaci con gli occhialini e dei compagni di scuola in stile Eminem.

Christopher Doyle, australiano naturalizzato cinese, è stato il direttore della fotografia di Wong Kar Wai e ha lavorato anche con Jim Jarmusch. Nel 2016 ha ricevuto il Gran Premio proprio qui, al Torino Film Festival, dove quest’anno il suo terzo lungometraggio The White Girl è stato presentato in Concorso. Ha un indubbio talento visivo, ma si innamora troppo della macchina da presa ed è sempre alla ricerca dell’inquadratura perfetta, con eclissi improvvise e rallenty sotto la pioggia.

La ricerca delle proprie origini, la forza dei sentimenti, la difficoltà di crescere, la corruzione e la politica forse sono temi troppo grandi per lui, e fanno fatica a trovare un legame. Così The White Girl svanisce nel vento dei buoni propositi.

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