Il segreto

Jim Sheridan porta sullo schermo il romanzo di Sebastian Barry. Ma era un "segreto" che sarebbe stato meglio non svelare...

4 aprile 2017
2/5
Il segreto
The Secret Scripture

“Sono Rose McNulty, e non ho ucciso mio figlio”. Lo va ripetendo da oltre quarant’anni, Roseanne (Vanessa Redgrave), da ormai quasi mezzo secolo rinchiusa dentro un ospedale psichiatrico. Struttura che, di lì a poco, diventerà un hotel e una spa. E l’anziana donna, come tutti gli altri pazienti, deve rassegnarsi ad essere spostata altrove. Ma l’arrivo del Dr. Grene (Eric Bana), chiamato per una nuova perizia su Roseanne, permetterà alla storia, quella vera, di tornare a galla. Grazie al racconto della donna, e ai suoi “scritti segreti” di una vita.

Jim Sheridan rilegge l’omonimo romanzo di Sebastian Barry (Bompiani, 2010), sposta l’asse temporale dalla guerra civile irlandese dei primi anni ’20 al secondo conflitto mondiale (perché?) e mette in scena questo dimenticabile melodramma il cui titolo italiano (Il segreto, sarà nelle sale a gennaio 2017 con Lucky Red) rimanda a soap opere contemporanee.

Servendosi di un’ottima Rooney Mara per quello che riguarda i passaggi della storia ambientati nel passato, il regista irlandese (sì, lo stesso di Il mio piede sinistro e Nel nome del padre…) non dimentica la sua forte vocazione in merito a tematiche inerenti storie su famiglia e giustizia, e, men che meno, sul tessuto sociale di un’Irlanda dove le divisioni tra protestantesimo e cattolicesimo generarono mostri, oltre all’asfissiante giogo sulle “condotte” femminili. Tutti elementi che, appunto, la parte dei lunghi flashback affidati alla storia della giovane Rose riescono, in qualche modo, ad essere espletati.

Ma il problema del film, che nel finale esplode in tutta la sua forza dirompente, è dato da questa sensazione costante di voler portare a dama ogni pedina, dal non saper sorprendere mai, nel bene o nel male, con scelte terribilmente scontate e prevedibili. E quando la letteratura, o peggio che mai il cinema, devono per forza di cose provare a sistemare le irregolarità della vita, rimane sempre quel sapore di posticcio che neanche le migliori intenzioni riescono a levare via.

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