The Power of the Dog

Jane Campion riesplora il western: grande l'impatto visivo, meno la temperatura emotiva. Più di testa che di pancia. In concorso a Venezia 78

2 Settembre 2021
3/5
The Power of the Dog
THE POWER OF THE DOG: BENEDICT CUMBERBATCH as PHIL BURBANK in THE POWER OF THE DOG. Cr. KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021

Arrivata all’ottavo lungometraggio in trentadue anni, Jane Campion porta in gara a Venezia 78 The Power of the Dog, adattamento del romanzo di Thomas Savage che conferma l’antica regola che c’è sempre un western nella carriera di un regista.

Con un’operazione che svela a tratti la sua dimensione programmatica, molto di pensiero e poco di pancia, l’autrice neozelandese fa del western un laboratorio su teoria e pratica del genere americano per eccellenza. Se da una parte recupera il respiro di una visione estetica panica senza sconfinare nell’estetizzante, dall’altra misura lo spazio all’altezza di un personale ripensamento di schemi culturali e personaggi archetipici.

Nel risondare il territorio elettivo del maschio, Campion ne smonta la mitologia rivelando zone d’ombra, segreti occultati nella natura, l’ambiguità sessuale, la vulnerabilità nascosta sotto la coltre della brutalità. Del western, poi, sposta la linea temporale negli anni Venti del Novecento collocando la storia su un orizzonte ancora più angosciante: mentre le città continuano il loro sviluppo, il ranch dei fratelli Burbank è una cattedrale nel deserto di un’America che resta ancorata a tradizioni, usi e costumi incompatibili col nuovo mondo.

Non a caso più volte notiamo che la vera differenza tra Phil, carismatico allevatore che incute paura, e George Burbank, meno legato alla terra e più docile e istruito nonché già proiettato verso un mondo civilizzato, risiede soprattutto nell’igiene, cioè nella presentabilità sociale.

THE POWER OF THE DOG : KIRSTEN DUNST as ROSE GORDON in THE POWER OF THE DOG. Cr. KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021

Pur dipendendo l’uno dall’altro anche – soprattutto – affettivamente, sono fratelli le cui strade sono ormai inconciliabili, a maggior ragione quando George si sposa con Rose, modesta vedova di un medico suicida con figlio a carico, Peter, introverso e probabilmente omosessuale.

Fondato sulla progressiva costruzione del rapporto tra Phil e Peter, risonanza del mitizzato legame tra il bovaro e il suo mentore (o qualcosa di più) Bronco Henry, The Power of the Dog ha un impatto visivo maggiore rispetto alla temperatura emotiva, anche grazie alla splendida resa della fotografia di Ari Wegner.

Strutturato in sei capitoli che mutuano la profondità romanzesca della fonte letteraria, si perde un po’ proprio per un non sempre efficace equilibro tra classicismo e versante selvaggio, ricerca psicologica e graduale ebollizione, testa e carne. Gli stessi personaggi – e gli interpreti di conseguenza – sembrano cannibalizzati dalla performance di Benedict Cumberbatch (ma Kirsten Dunst alcolizzata gli dà filo da torcere), ad eccezione del giovane Kodi Smit-McPhee che via via si staglia quale inquietante angelo della morte.

Ci sono momenti di grande fascino (lo scontro a colpi di musica tra Rose al piano e Phil al banjo, il lavoro simbolico della trama della corda, l’incontro notturno nel pre-finale) e Campion si conferma autrice determinante seppur a tratti il suo sguardo risulti po’ troppo “amministrato” dalla committenza Netflix, eppure a The Power of the Dog manca uno slancio.

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