The Oak Room

Riflessione sul neo-noir, il racconto orale che supera l'immagine e l'azione. Cody Calahan realizza una spirale postmoderna che strega il TFF30. Una sorpresa, presentata a Le stanze di Rol

27 Novembre 2020
3,5/5
The Oak Room

Che cos’è oggi il neo-noir? Un’ibridazione tra generi, un incontro tra immaginari. È un cinema di frontiera, a volte mescolato al western, per arrivare alla fantascienza e confrontarsi con la distopia. In questo caso gli esperti parlerebbero di tech noir, ma non perdiamoci in formule. Di sicuro è difficile trovare nel panorama contemporaneo un punto di rottura così forte come quello proposto da The Oak Room di Cody Calahan, presentato nella sezione Le stanze di Rol del Torino Film Festival.

Al centro non c’è più l’azione, ma il racconto orale. Sembra di tornare a una dimensione antica, con i viandanti che si scambiano storie intorno al fuoco. Calahan non lavora sui gesti, sulla dinamicità, ma sul potere evocativo della parola. La verità si mescola con la finzione, l’orrore si affaccia in lontananza, il brivido è trattenuto, anche se la tensione è altissima.

 

L’incipit ricorda quello di un film di prateria. È notte, la neve scende fitta, un uomo cerca riparo in un bar che sta chiudendo. Potrebbe essere la casa solitaria di La belva del 1954 di William A. Wellman, come suggerisce il terrore per ciò che si muove all’esterno. O per restare più vicini a noi The Hateful Eight di Tarantino. Lo sconosciuto e il proprietario del locale si sono già visti. Si ricordano entrambi di un tale, una volta, poi uno dei due comincia a narrare…

Calahan costruisce un gioco a incastri, una pioggia di flashback caratterizzati da un’oscurità tempestosa. Non avremo mai un colpo d’occhio completo sulla stanza dove sono i protagonisti, perché il regista lavora sul mistero, sulla suspence che deriva da un arcano pronto a scatenare la sua furia. Il bancone, la birra, il duello figlio dello scontro tra due umanità. The Oak Room si svela in ciò che viene nascosto allo sguardo dello spettatore, l’incubo scaturisce da quello che viene sottratto. Viviamo in un’epoca in cui l’immagine sembra l’unica merce di scambio. Qui si è costretti ad ascoltare.

I ricordi non sono lineari, è come se il finale arrivasse prima dei titoli di testa. Così il film prende le sembianze di una spirale postmoderna, dove i canoni del neo-noir assumono nuovi significati. Il thriller, l’horror, ma anche l’evoluzione del concetto di sfida infernale: al posto della pistola a tuonare è la potenza della voce. Forse The Oak Room è la vera scoperta di questa edizione del Torino Film Festival. In ottantanove minuti offre uno spaccato al cardiopalma di un cinema immaginifico, serrato e indomito.

Lascia una recensione

Lasciaci il tuo parere!

avatar
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy