The Ladies Diary

Oltre Aung San Suu Kyi, le donne e la condizione femminile in Myanmar: nel bel documentario di Sara Trevisan

14 Ottobre 2020
3,5/5
The Ladies Diary

Alla Birmania si collega sempre un’unica figura femminile: quella di Aung San Suu Kyi. Tutti sanno chi è e tanti sono i libri e i film che sono stati dedicati alla famosa leader e Nobel per la Pace birmana. Molti sono rimasti affascinati da questa donna che “si sta sacrificando e sta lottando tanti nemici o gli orribili…generali e l’esercito”, ma il Myanmar non è solo “una bella” e “molte bestie”. Insomma non vi è solo una storia, e soprattutto non c’è solo una donna.

Ecco, questo bel doc diretto da Sara Trevisan dal titolo The Ladies Diary ci racconta le “altre” donne, quelle che non vediamo, mostrandoci attraverso i loro racconti la condizione femminile in Myanmar.

Sei donne che incarnano diversi aspetti del proprio paese: una monaca buddista; una guida che mostra ai turisti il suo villaggio circondato dalle montagne del Kayah State, nel quale alcune indossano ancora i caratteristici anelli al collo della tribù dei Padaug; una che ha costruito un santuario per i gatti birmani, razza autoctona che stava scomparendo; una ragazza che pratica le arti marziali; una giornalista del Myanmar Times e infine una giovane musicista che ha fondato un’accademia dove insegna musica pop e rock.

Sei donne raccontate da cinque giovani bresciani (oltre alla già citata Sara Trevisan, anche Luca Vassallini, Corrado Galli, Emanuele Bresciani e Fabio Piozzi) della casa di produzione “Walking Cat” con grande attenzione e discrezione in questo documentario arrivato sulla piattaforma streaming Amazon Prime Usa e Uk e ora anche in Italia.

Tra tradizioni arcaiche e cambiamenti in fieri, tra femminilità e femminismo, tra un passato complicato e un presente altrettanto complesso alla ricerca di un futuro migliore (“Alle donne non era possibile partecipare alle riunioni del villaggio o di esprimere la propria opinione. Oggi noi donne abbiamo più possibilità”), questo film rende un “paese spesso molto frainteso” più decifrabile restituendoci uno spaccato autentico proprio attraverso la voce di più persone, che raccontano più storie: “storie di cui non si sente parlare”. Insomma il Myanmar non è rappresentato da una sola donna e non ci sono solo pagode e Aung San Suu Kyi. Da vedere.

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