Mademoiselle

Park Chan-wook si riappropria del suo cinema con un grande film sul “controllo”. E sulla libertà dell’erotismo. Applausi, in concorso

14 Maggio 2016
4,5/5
Mademoiselle
The Handmaiden

Bentornato Park Chan-wook. Dopo la parentesi anglosassone di Stoker, il regista rientra in patria per riappropriarsi di alcuni degli aspetti centrali della sua riconoscibile cinematografia (sdoganata a livello internazionale grazie alla celebre “Trilogia della Vendetta”). Si ispira ad un romanzo inglese di successo, Ladra di Sarah Waters (che già fu punto di partenza della miniserie UK Fingersmith nel 2005), ma se quello era ambientato nella Londra del 1862, il film di Park torna nella Corea degli anni ’30, durante l’occupazione giapponese.

Diviso in tre parti, Agassi (questo il titolo originale dell’opera) è incentrato su una giovane, Sookee (Kim Tae-ri), assoldata da un abile truffatore (Ha Jung-woo) affinché diventi la cameriera personale della ricca ereditiera Hideko (Kim Min-hee), che deve la sua fortuna alla sterminata collezione di libri erotici custodita in casa dallo zio, tutore della donna. La ragazza dovrà fare in modo che Hideko si convinca a sposare il suo committente. Il quale, una volta ottenuta la sua mano, dimostrerà l’incapacità di intendere e volere della moglie per farla rinchiudere in manicomio. Per impossessarsi definitivamente dei suoi beni.

 

Il disegno è questo. Ma come spesso Park Chan-wook ci ha dimostrato nel corso della sua filmografia, il doppio gioco è solamente il primo di altri, molteplici giochi. Affidandosi ad una messa in scena volutamente schiavizzata, maniacale, perfetta nel saper rinchiudere dentro scenografie di grande livello luci e colori anche diametralmente opposti al torbido che regola gli snodi del racconto, il regista coreano realizza un nuovo, ulteriore film sul “controllo”: chi conduce le danze finisce per essere condotto, chi è convinto di avere il coltello dalla parte del manico rischia di finire accoltellato.

Le prime due parti del film, in tal senso, sono straordinarie nel saper rendere la natura di questo sorprendente ribaltamento. Ma anche qui, come vedremo, il controllo finirà per essere soggiogato esso stesso. Dalla libertà, che capovolgendo a sua volta tutto quello che lo stesso Park ci ha mostrato fino a quel momento, diventa concetto in nome del quale le emozioni, l’erotismo (elemento fondamentale dell’intera opera), la struttura ultima del film prenderanno il sopravvento.

Consentendo così al regista di chiudere nel migliore dei modi la trilogia sull’esplorazione dell’amore proibito iniziata nel 2009 con Thirst e proseguita con Stoker. Mescolando thriller, eleganza formale e carica erotica come pochi altri hanno mai saputo fare. E inferendo un altro duro colpo alle ottuse logiche maschiliste di un paese che, anche attraverso tradizionali riferimenti culturali (significativamente distrutti in una delle scene madri del film), ha costruito un’immagine sottomessa e schiava della donna. Mai come stavolta, Lady Vendetta. Chapeau.

 

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