The Front Runner – Il vizio del potere

Jason Reitman riflette su moralità e giornalismo, raccontando di Gary Hart e della sua corsa alla Casa Bianca. Un film dai toni sferzanti. Apertura al TFF36

23 novembre 2018
3/5
The Front Runner – Il vizio del potere

Sesso & potere. Rapporto eterno, degno dei migliori scandali. Il regista Barry Levinson nel 1997 coinvolgeva Robert De Niro e Dustin Hoffman in una commedia esplosiva. De Niro interpretava un consulente per l’immagine, e Hoffman un produttore hollywoodiano senza scrupoli. Risultato? Una finta guerra contro l’Albania per coprire l’accusa di molestie contro il presidente degli Stati Uniti da parte di una giovinetta. Morale? L’entertainment è lo spettacolo più grande del mondo, e può far dimenticare tutto (o quasi). Ma in The Front Runner – Il vizio del potere l’intrattenimento principale è fare il tiro al piccione con il superfavorito dei democratici.

Gary Hart, nel 1988, avrebbe dovuto sfidare il sistema, puntare sulla cultura, sulle aperture con i sovietici, sovvertendo la politica di Reagan. Era bello, aitante, lanciato verso la Casa Bianca. Ma un presunto adulterio, e alcune fotografie “compromettenti”, distrussero la sua carriera. Nessuna messinscena. Hart si rifiutò di parlare della sua vita privata: “Non deve riguardare gli elettori”. L’inizio della fine.

 

Giornalisti senza pietà lo pedinano fin sotto casa, assaltano il rifugio della sua famiglia. Il quarto potere nel mirino, i quotidiani indicati come strumento di fango. Superando il luogo comune, il regista Jason Reitman costruisce una sferzante riflessione sul senso della notizia. Che cosa interessa davvero i lettori? La risposta teorica spetta agli studiosi del settore. Alcuni direbbero: sesso, sangue, soldi, spettacoli e sport (le mitiche cinque S), altri scomoderebbero qualche sociologo. Ma la verità è in una semplice domanda che si pone Hart: “Come siamo arrivati fin qui?”. Silenzio.

La privacy non esiste più e ogni singolo istante dell’esistenza è spiato in diretta. Oggi tutto è concesso. Nello Studio Ovale siede un uomo più volte accusato di misoginia, che ha pagato una pornostar per non parlare e mostra strani appetiti per sua figlia (come afferma Michael Moore in Fahrenheit 11/9). Altro che Bill Clinton e Monica Lewinsky. Ma a fine anni Ottanta l’America doveva rifarsi una reputazione, riprendersi dalle sconfitte, affermare la propria facciata di onestà davanti al mondo. E a farne le spese sono stati idealisti poco inclini allo “spettacolo”. Hart si è ritirato dalla campagna e a vincere è stato George H.W. Bush, già pronto a imporre la propria dinastia.

 

Reitman mette la folla al centro del suo film. Lo sguardo è rivolto all’opinione pubblica. Nella prima parte di The Front Runner ogni inquadratura è gremita, piena di persone che si agitano, parlano, si schiacciano, urlano. Non a caso il lungo piano sequenza iniziale immortala una strada brulicante di sostenitori e addetti ai lavori. La macchina da presa si aggira tra vincitori e vinti, tra dichiarazioni strappate all’ultimo momento e pacche sulle spalle anche per chi ha perso.

Ma a trionfare nel cinema di Reitman è sempre la menzogna. Quelle che Hart ha fatto bere a collaboratori e famigliari, quelle che Aaron Eckhart costruisce in Thank You for Smoking, quelle che si racconta George Clooney in Tra le nuvole, le “visioni” di Charlize Theron in Tully e le false certezze di Young Adult. Liceo, carriera, maternità, Casa Bianca: l’umanità di Jason Reitman continua a rifiutare la realtà per sentirsi realizzata.

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