STAGIONE 1 e 2 DISPONIBILI SU PRIME VIDEO (STAGIONE 3 DAL 3 GIUGNO 2022)

(2019-2020) – 8 episodi a stagione

Ideatore – Eric Kripke

Cast – Karl Urban (Billy Butcher), Jack Quaid (Hughie Campbell), Antony Starr (John / Homelander), Erin Moriarty (Annie January / Starlight),  Dominique McElligott (Maggie Shaw / Queen Maeve), Jessie Usher (Reggie Franklin / A-Train), Laz Alonso (Marvin T. Milk / Mother's Milk),  Chace Crawford (Kevin Moskowitz / The Deep), Tomer Kapon (Serge / Frenchie), Karen Fukuhara (Kimiko Miyashiro / the Female), Nathan Mitchell (Black Noir), Elisabeth Shue (Madelyn Stillwell), Colby Minifie (Ashley Barrett), Aya Cash (Stormfront)


“Homelander! Homelander! Homelander!”.

Sarebbe troppo facile, riduttivo, classificare The Boys come una banale serie tv tratta "banalmente" da un fumetto. Fumetto di supereroi, peraltro. Da un punto di vista strettamente semantico il primo, abbastanza recente, rimando “audiovisivo” all’operazione targata Amazon Studios ideata da Eric Kripke è l’anomala trilogia di M. Night Shyamalan, estesa nel tempo, iniziata con Unbreakable – Il predestinato nel 2000 e terminata (?) nel 2019 con Glass, preceduto nel 2016 da Split.

Profondissimo scavo di un universo, quello dei superhero comics poi traslato con investimenti (e ritorni) sempre più massicci nei comic-movie, il lavoro di Shyamalan prende la direzione ostinata e contraria di un’investigazione umanissima sul senso della diversità.

È qui che si insinua il lavoro di Garth Ennis e Darick Robertson (padri della serie a fumetti The Boys, pubblicata negli Usa dal 2006 prima da Wildstorm - DC Comics, l’anno successivo Dynamite Entertainment), poi l’adattamento televisivo del 2019-2020, disponibile su Prime Video in due stagioni, con la terza che arriverà il prossimo 3 giugno: nella tremenda “normalità”, financo aberrazione, di chi invece viene idolatrato, considerato un paladino dalla massa.

Cinematograficamente parlando, già nel 2008 si era provato a ragionare sul dark side dei supereroi con il fortunato (al botteghino) ma abbastanza mediocre Hancock di Peter Berg, con Will Smith alcolizzato e affetto da amnesia, eppur dotato di poteri.

Anche l’universo Marvel ha partorito personaggi non proprio idilliaci, calcando però la mano sull’aspetto più humour che dark, si pensi a Deadpool o ai Guardiani della Galassia, stesso dicasi – ma con venature ben più oscure – per la miniserie di Alan Moore e Dave Gibbons, Watchmen (DC Comics), poi adattata con merito per lo schermo da Zack Snyder nel 2009.

Ed è nel ribaltamento strutturale di Watchmen, se si vuole, che The Boys cementifica le proprie ambizioni. L’impostazione ucronica del primo (con gli eroi mascherati ormai banditi dalla società civile) cede il passo ad un’attualità distopica in cui i supereroi sono delle celebrities, gestite alla stregua di star musicali o cinematografiche dalla Vought American, multinazionale senza scrupoli che nasconde i vizi e le malefatte dei suoi talents affinché mantengano alto l’indice di gradimento tra le masse, in modo da continuare a ottenere profitti inimmaginabili, utilizzandoli in missioni di salvataggio e in qualsivoglia operazione di marketing (dagli spot ai film, dal merchandising ai social) capace di fruttare miliardi di dollari.

The Boys
The Boys
The Boys
The Boys

Portabandiera dell’organizzazione sono i Sette, il gruppo di Super più celebre al mondo, capitanato dall’inossidabile Homelander, il Patriota, via di mezzo tra Capitan America e Superman: forza sovrumana, può volare e trafiggere qualsiasi cosa con un potentissimo raggio laser sparato dagli occhi.

Questo è il quadro, in apparenza moralmente inattaccabile, in realtà specchietto per allodole che nasconde ben più di qualche magagna. I due personaggi chiave (inconsapevoli) che danno il via allo sviluppo narrativo della serie sono Hughie (Jack Quaid) e Annie (Erin Moriarty): il primo è un innocuo nerd che si vede polverizzare la ragazza tra le mani (accidentalmente travolta e disintegrata da A-Train, l’uomo più veloce del mondo nonché membro dei Sette); la seconda, classica blonde girl della porta accanto, devota e dotata di superpoteri, una vita spesa a dar seguito al desiderio materno di entrare nei Sette, vede esaudire il suo sogno quando l’eroe Fiaccola si “ritira a vita privata”: neanche un giorno lì dentro e Starlight, questo il suo nome da Super, si accorge di quanto la situazione all’interno della Vought sia ben diversa da come la immaginava.

La rabbia di Hughie sarà intercettata dal misterioso Billy Butcher (Karl Urban, qui ai suoi massimi), uomo dal passato tormentato deciso a rimettere in piedi la vecchia squadra incaricata dalla CIA di smascherare i crimini dei supereroi.

Sorprendente nelle premesse, estrema nella prassi, The Boys (non adatta ai più piccoli) è operazione che all’impatto di situazioni e risvolti per stomaci forti (teste spappolate, corpi sventrati, linguaggio sboccato) riesce ad affiancare la costruzione di un intrigo teso a solleticare i pruriti dello spettatore incline ad esaltarsi di fronte a complotti e cospirazioni.

The Boys
The Boys
The Boys
The Boys

La mente armata della Vought (almeno fino ad un certo punto) è la direttrice Madelyn Stillwell (Elisabeth Shue, fascino immarcescibile), verso la quale il Patriota (Antony Starr) nutre un’attrazione che definire edipica è poco. Ma chi era John prima di diventare il Super più celebre del pianeta?

Giocando abilmente su una trama orizzontale che regala sorprese in ogni episodio, affiorano poco a poco i trascorsi, i legami, le perdite di ogni personaggio, riempiendo di senso caratterizzazioni sfumate e difficili da inquadrare.

Meccanismo che vale tanto per gli “eroi” (i Boys) quanto per i villain (i Super): perché, ad esempio, l’imponente Marvin Milk/Latte Materno (Laz Alonso) e il francese Serge/Frenchie (Tomer Kapon) sono disposti a tutto per punire le malefatte della Vought? Ma soprattutto, perché tra gli stessi Super c’è chi, imperterrito, continua a difendere il proprio status quo mentre altri, come ad esempio Queen Maeve (Dominique McElligott), restano in bilico su un crinale ripidissimo tra l’oscurità e la luce?

Sarà l’arrivo della tremenda Stormfront (Aya Cash) – personaggio omonimo del noto forum web sorto a metà anni ’90 in nome della supremazia bianca… – a tracciare una definitiva linea di non ritorno.

Il misterioso Composto V (elemento chiave per una riflessione interessante su potere ed eugenetica, con derivazioni dopanti), i legami più o meno codificati tra membri di uno e dell’altro schieramento (il rapporto tra Hughie e Annie), il contorno politico-strategico (l’insistenza con cui la Vought cerca di far entrare i Super nella Difesa USA), ogni tassello contribuisce alla riuscita di un format che, tra passato e presente, lascia ben più di qualche punto interrogativo sul futuro: sperando che la terza stagione possa chiudere i molti cerchi rimasti aperti, senza pagare un dazio troppo alto alla tensione e alla spettacolarità dell’intera vicenda.

“Homelander! Homelander! Homelander!”.