Suicide Squad

Un film stracolmo, eppure vuoto. Di forte impatto iconografico, ma nudo: nel mischione a salvarsi sono Will "Deadshot" Smith e Margot "Harley Quinn" Robbie

4 Agosto 2016
2/5
Suicide Squad
Margot Robbie in Suicide Squad

Tra Batman v Superman e Justice League, la DC Comics piomba sugli schermi (dal 13 agosto in Italia) con Suicide Squad, trait d’union tra i due film diretti da Zack Snyder (come capiamo dall’incipit: Superman non c’è più; e dall’inserto nei titoli di coda: l’incontro con Batman/Ben Affleck che accenna ai suoi “amici”).

Affidato a David Ayer (già regista, tra gli altri, di Harsh Times – I giorni dell’odio e Fury), che ne cura anche lo script, il film ha un discreto impatto soprattutto per quello che riguarda la parte iniziale, quella in cui l’ufficiale dell’intelligence USA Amanda Waller (Viola Davis) – deciso ad assoldare i super cattivi più pericolosi del pianeta per fronteggiare eventuali minacce sovra e “metaumane” – ci illustra le peculiarità dei vari Deadshot (Will Smith), killer impeccabile, Harley Quinn (Margot Robbie), ex psicologa all’Arkham Asylum, ora folle psicolabile nonché fidanzata del Joker (Jared Leto), Capitan Boomerang (Jai Courtney), abile scassinatore, El Diablo (Jay Hernandez), capace di generare il fuoco, Killer Croc (Adewale Akinnuoye-Agbaje), affetto da una malattia che ha trasformato la sua pelle in quella di un pericoloso rettile e, infine, l’archeologa June Moone (Cara Delevingne), il corpo della quale è ormai in possesso della potente Incantatrice, strega millenaria.

Superata questa fase introduttiva, Suicide Squad sembra però incominciare a girare a vuoto: non basta insistere sui flashback relativi al pregresso dei vari personaggi, infatti, per arricchire un impianto “drammaturgico” abbastanza povero e scontato. Cosa resa ancor più eloquente dall’incessante utilizzo di una playlist musicale (da Without Me di Eminem alla versione di Bohemian Rhapsody dei Panic! At The Disco) che anziché accompagnare, sottolineare i momenti, sembra doverne riempire piuttosto i vuoti. Vuoti in cui, paradossalmente, si prova a muovere un film invece stracolmo, talmente interessato all’aspetto iconografico, alla strizzatina d’occhio verso il cosplayer di turno, che finisce per perdersi lungo la strada. Prediligendo la faciolada e fottendosene allegramente di qualsivoglia, minimo appiglio alla verosimiglianza. Che, nei limiti del possibile certo, vale anche per i comic-movie.

Forse anche per questo, alla fine a salvarsi dalla mischia sono proprio i personaggi più “umani” del gruppo: Will Smith e l’irresistibile Margot Robbie, un Harley Quinn (harlequin, arlecchina) follemente contagiosa. E chissà cos’altro avrà potuto regalare nella versione “nativa” del film, quella che i vari rumors vorrebbero “più cupa e violenta”, poi rivisitata per l’approdo nelle sale. Resta comunque la certezza che un prodotto simile, nelle mani di qualcun altro (e lontano dalla longa manus di Zack Snyder…) avrebbe potuto regalare soddisfazioni migliori.

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