Still Life

Commovente fotografia di una Cina scomparsa. La regia che accarezza una terra in cambiamento vale il Leone d'Oro a Venezia

23 Marzo 2007
Still Life
La protagonista
di Still Life

La leggenda narra che un vecchio critico sostenesse che per parlare di un film non fosse necessario vederlo perché la visione avrebbe influenzato il concetto che del film ci si era già fatto. È esattamente quello che è successo a Still Life. Leone d’Oro alla 63a Mostra di Venezia, la pellicola di Jia Zhang-Ke è stata presentata come film a sorpresa e, di sorpresa, ha colto chi non è riuscito a vederlo per motivi legati alla programmazione e, soprattutto, chi se lo è ritrovato trionfatore in barba a ben altre previsioni. Quindi, non potendo giudicare in base alla visione, si è giudicato in base ai più vieti pregiudizi: cinese, lento, noioso. Che tristezza. Still Life è invece il ritratto commovente di un paese in disfacimento che tenta disperatamente di sopravvivere a se stesso e la lentezza, a volte, è solo un problema di lettura. Lo sguardo del giovane regista accarezza una terra che sta faticosamente cambiando, a metà tra un passato ineludibile e un futuro che chissà ancora per quanto tempo sarà solo distruzione del presente. La grande Diga delle Tre Gole è la metafora non metafora di un inarrestabile processo di sommersione, che condanna un popolo a fare i conti con un cambiamento radicale. Le vicende del minatore Han Sanming e dell’infermiera Shen Hong che vagano alla ricerca dei rispettivi consorti dai quali si sono separati per differenti motivi anni addietro rappresentano il tentativo disperato di recuperare ciò che non può essere recuperato. Perché anche i rapporti umani, al pari della conformazione ambientale, non possono essere ripristinati se non attraverso il filtro di un doloroso passaggio emotivo e culturale. In tutto ciò la mano di Jia Zhang-Ke è ferma e sobria. Non c’è indulgenza nella sua descrizione. Anzi, il tutto è arricchito da sporadici elementi surreali che autorizzano una lettura ironica e ottimistica, come se l’imprevedibilità del semplice divenire in quanto tale fosse comunque una garanzia di rinascita.

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