Spring Breakers

Vanessa Hudgens & Co. nel declino del reality americano di Harmony Korine. In Concorso, alla grande

5 Settembre 2012
4/5
Spring Breakers
Spring Breakers

Spring break forever. E’ il mantra, non è l’unico: c’è il clangore dell’arma che si ricarica, a cozzare con quel forever. Vacanza di primavera, vacanza dal quotidiano per inseguire il sogno americano, stile Lamborghini decapottabile. Spring Breakers di Harmony Korine non vincerà il Leone d’Oro, ma ha già vinto. Il regista di Gummo e Kids porta al Lido le ragazze del Disney Club, Vanessa Hudgens, Selena Gomez e Ashley Benson, e le scopre ninfette in bikini, passamontagna rosa shock e infradito, tutte alcool, droga e fottuto edonismo a mano armata.
Sono le Charlie’s Angels 2.0, le  Vixen del Terzo Millennio, e la loro vendetta prende per i fondelli l’American Dream: chi vive il sogno americano, accumulando tanta robba, a lot of stuff come il verghiano Mazzarò è destinato a soccombere, ma alle spalle ha già un sostituto. Anzi, due sostitute, in fuga per la (im)possibile vittoria. Film coloratissimo, ultrapop e nichilista per congruenza all’oggetto, film che esibisce corpi, baci saffici, seni al vento, ma dove non si consuma nulla, nemmeno il sesso, perché tutto è già stato consumato.
Quattro college girls si scoprono al sole della Florida girls gone wild, passando dal via: un furto in fast food per pagarsi la vacanza. Due sono davvero cattive (Ashley Benson e Vanessa Hudgens), una pragmatica (Rachel Korine), l’altra devota (Selena Gomez): finiscono dentro per un party andato a male in motel, e chi paga la cauzione le imprigiona in un incubo a piede libero. No future. La cauzione la paga James Franco, gangsta e rapper, bianco ma wannabe nero, che con un gangsta nero per davvero ha un problema. Rimarranno in tre, e poi in due, dopo una sparatoria approcciata in motoscafo stile Miami Vice: tutto è flou, iperstilizzato e ipermortifero.
Ma sono morti di plastica, perché di plastica è la vita. Spring break forever: la pausa è questo film che è uno stroboscopico fermo-immagine, dove anche i flash-forward sono immoti; la primavera non c’è, sostituita dall’autunno, dal declino non dell’impero, non del sogno, ma del reality americano; il per sempre è perché nulla può cambiare davvero, tutto è uguale. Si rischia di ridere quando le ninfette parlano di party selvaggi, droga e stupidità globale quali esperienze spirituali, ma è la spiritualità pervertita, il massimo dell’immanenza che si risolve nel suo opposto.
Operazione consapevolmente esplicita, con Britney Spears suonata e canticchiata al pianoforte da Franco e le sue padroncine, le sue dominatrici teenager: Britney è un classico nel paese degli instant-(s)cult. L’America che (dis)utilizza Scarface per la Cura Ludovico Van: James lo vede sempre, sempre. Senza capirne un solo fotogramma, presumibilmente. Poco importa, anzi, così sia.
Il film spacca, perché devastato e  devastante è il paese, ovvero il reality Mtv-style dell’America, cui Korine aderisce parossisticamente, ineluttabilmente. Addio Topolino, Vanessa & Co. sono le Pussy Riot, prima delle Pussy Riot. E solo di nome: rivolta di plastica, dentro e fuori il film, perché Korine non può spogliarle, non deve. Spring break forever. Spring break forever. Spring break forever.

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