Spring Blossom

Si può raccontare un primo amore senza trasmettere un sussulto? Maurice Pialat è solo un ricordo nell'opera prima di una figlia d'arte (anche interprete). Alla Festa del Cinema di Roma

21 Ottobre 2020
1,5/5
Spring Blossom

Grazie alla sua opera prima, Seize printemps (ovvero sedici anni, come l’età della protagonista) la ventenne Suzanne Lindon è stata già selezionata da Thierry Fremaux e con il label di Cannes 2020 sta girando i festival internazionali con il titolo Spring Blossom (cioè “fiore di primavera”: ah).

Niente male per una giovanissima regista esordiente, per di più anche attrice, ma Suzanne è cresciuta a pane e cinema: è la figlia di Vincent e Sandrine Kiberlaine, tra i più apprezzati interpreti francesi. Più che i natali effettivi, rivendica un’altra discendenza: è un poster che annuncia la prossima uscita di Suzanne (così si chiamava in un primo momento Ai nostri amori), affisso nella cameretta della Suzanne del film (e già) a dichiarare la filiazione ideale di Suzanne (Lindon) con Maurice Pialat, sempre più nume tutelare di una generazione che intende raccontare con empatia e autenticità i primi amori.

Lindon interpreta una liceale di buona famiglia, con sorella maggiore, mamma splendente e padre dalla risposta pronta (che è sempre “Non lo so”). La sua vita si sviluppa nel tragitto tra casa e scuola: non esce molto con i coetanei, si annoia alle feste, non ha particolari amicizie. Ma è in quel breve tratto di strada che la sua vita cambia: davanti al teatro, vede un uomo, che fa l’attore nella piéce in scena. I loro sguardi si incrociano per giorni, finché lei trova il coraggio di presentarsi e lui si abbandona all’ipotesi di un sentimento, nonostante i vent’anni di differenza.

C’è poco altro, in questa cover giovanile del primo (breve) amore, immersa nella malinconia di una possibile relazione che appena immaginata sembra avere il destino già segnato. Non splende mai il sole, su Spring Blossom, come se il tempo variabile fosse determinante per capire l’orizzonte di un love affair che non si concretizza mai (mai un bacio, mai un fremito, mai un sussulto), se non nelle basiche coreografie che inscenano e stilizzano il ménage mai consumato.

È la stessa Lindon a descrivere la sua Suzanne come una disadattata che non sa come comportarsi e vivere la sua età. Ed è forse l’elemento che traspare con maggiore nitidezza da questo film talmente piccolo da apparire come un mediometraggio gonfiato, un raccontino che non sa calibrare il senso dell’ossessione tipico di chi si innamora a quell’età senza distinguere l’innamoramento dall’amore. Con l’aria di chi ha la testa altrove, Arnaud Valois funziona bene come oggetto del desiderio, ma a mancare è la tensione romantica tra due corpi amorosi ai quali non crediamo un attimo.

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