Sono un pirata, sono un signore

I pirati africani e gli italiani inguaiati: "non è baciata dal sole" la commedia di Eduardo Tartaglia

18 Aprile 2013
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Sono un pirata, sono un signore
Sono un pirata

Dopo Ci sta un francese, un inglese e un napoletano (2008) e La valigia sul letto (2010) il regista prevalentemente teatrale Eduardo Tartaglia si riaffaccia al cinema con il film Sono un pirata, sono un signore. Una commedia che racconta la disavventura di quattro italiani rapiti dai pirati a largo delle coste africane.
Così due biologi marini romani (Francesco Pannofino e Giorgia Surina), Catello, un marittimo napoletano (interpretato dallo stesso regista) e una parrucchiera, anche lei partenopea (Veronica Mazza), si troveranno alle prese con un gruppo di africani, mitra in mano, intrappolati nella giungla, diventando protagonisti di una vicenda di rilevanza internazionale. Proveranno a liberarli e a pagare il riscatto i loro familiari tra cui il cognato di Catello (Maurizio Mattioli) e il papà della parrucchiera (Ernesto Mahieux).
Un film che affronta un tema al centro degli attuali fatti di cronaca (il regista però afferma che l’argomento gli venne in mente qualche anno fa quando era ancora piuttosto marginale) e che tenta di far ridere su fatti in realtà molto tragici. Ma oltre all’operazione non proprio riuscita, si aggiungono personaggi che vorrebbero mostrare le difficoltà economiche dei nostri compaesani, denunciare la disparità e la non meritocrazia del nostro paese, in poche parole far emergere “l’inguaiataggine” degli italiani, ma finiscono per essere delle mere macchiette.
Così si spazia dalla biologa marina nipote di un importante senatore che punta alla cattedra sotto gli occhi del suo collega-rivale, convinto che lei sia raccomandata, alla parrucchiera che rischia di dover chiudere il negozio per via della crisi e che ha paura di avere qualsiasi relazione sentimentale, fino al sequestratore omosessuale che ammicca continuamente a Catello. “Noi siamo italiani, siamo inguaiati”, dice la parrucchiera napoletana ai sequestratori africani, che pretendono un riscatto di 10milioni di euro. Peccato che siamo “inguaiati” anche nei film (da intendersi questa volta non in senso economico, visto che il film è costato un milione di euro ed è stato realizzato anche grazie al contributo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, che lo ha riconosciuto di interesse culturale nazionale).
E per concludere con le parole della parrucchiera (il personaggio sicuramente più simpatico), che ripete sempre: “Che cos’è lo shatush? E’ il sole che bacia i capelli”, diremmo che questo film non è baciato dal sole!

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