Son of Saul

L'opera prima di Laszlo Nemes non fa prigionieri: l'Olocausto come non l'abbiamo mai visto

20 Gennaio 2016
5/5
Son of Saul
Il figlio di Saul

Il funzionamento dell’Olocausto, lo sterminio e lo smaltimento dei “pezzi”, i cadaveri.

Ottobre 1944, campo di Auschwitz-Birkenau, Saul Auslander, ungherese, fa parte di un Sonderkommando: ebreo, aiuta le SS nello sterminio, ovvero accompagna altri ebrei nelle camere a gas, li rassicura, li fa spogliare per la doccia che non ci sarà. Poi, estrae i cadaveri, li mette nei forni e pulisce.

Ogni giorno, ogni ora, la routine dello sterminio, perché i treni non si fermano giorno e notte, Auschwitz lavora a pieno regime.
Mentre i preparativi della rivolta serpeggiano nel Sonderkommando, Saul scopre nel cadavere di un ragazzo dai capelli scuri il proprio figlio, e tenta l’impossibile: salvarlo dalle fiamme per offrirgli una degna sepoltura, con tanto di rabbino…

In Concorso a Cannes 2015, l’esordio alla regia dell’ungherese Laszlo Nemes non fa prigionieri: Son of Saul, se un dio del cinema esiste – scrivemmo appena dopo averlo visto – lo troveremo in palmares e per dirlo a festival appena iniziato ce ne vuole. Ha vinto, in effetti, il Grand Prix. Non era incoscienza, la nostra, o facile entusiasmo: già assistente del sommo Bela Tarr, Nemes riesce a ridare nuovo nitore all’Olocausto visto attraverso al cinema, e non è impresa da poco.

Il formato dell’immagine è quasi quadrato, la macchina a mano tallona Saul nell’Inferno del campo, un Inferno che seguiamo attraverso i suoi occhi, con la (falsa) soggettiva della dannazione: non ci sono campi totali, solo inquadrature ravvicinate, forzatamente parziali, inconcludenti, “rumorose” – e infatti il lavoro sul sonoro è strepitoso.

Ed è, tutto, documentato: Nemes, che ha avuto parte della famiglia assassinata ad Auschwitz e ha sempre trovato frustrante la mitizzazione insita nei film sui campi, ha trovato ispirazione in Requiem per un massacro di Elem Klimov (1985), soprattutto, ha adatatto e assemblato le testimonianze di veri membri dei Sonderkommando di Auschwit, Le voci sotto la cenere, conosciuti anche come i Rotoli di Auschwitz.

Nella parabola di Saul, tra il caldo dei forni, il sudario del figlio, i seni dei cadaveri scorciati, le esecuzioni e la fabbrica dell’intesa estinzione di massa degli ebrei, intuiamo davvero, come forse mai prima, che cosa è stato l’Olocausto lì e allora, nella geometria della morte del campo: Son of Saul è uno zombie movie, ce lo dice che stiamo vedendo morti che camminano e altri che non camminano più, soprattutto, lo fa davvero senza mitizzare, senza falsa speranza, ma senza nichilismo, piuttosto con quella umanità intesa quale assenza.

E’ un grande film, che rinnova la letteratura filmografica sul tema, riportandoci lì in carne, ossa e dolore dove tutto è iniziato. La fine dell’uomo, il carnefice, la vittima e chi sta in mezzo, il Sonderkommando, una vittima diversa. Non perdetelo.

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