Senza lasciare traccia

Dopo Un gelido inverno, un'altra grandissima prova da regista per Debra Granik: padre, figlia e le foreste dell'Oregon, un dramma senza clamore

5 novembre 2018
4/5
Senza lasciare traccia

Senza lasciare traccia non è di certo un buon augurio per un film. Il titolo però in questo caso non corrisponde al risultato perché il film di Debra Granik non solo lascia traccia, ma è addirittura memorabile. Dopo otto anni la regista candidata all’Oscar per Un gelido inverno torna dietro la macchina da presa per raccontarci una storia che vede nuovamente protagoniste delle persone ai margini della società.

Lontani dall’American dream e dai grattacieli delle grandi metropoli siamo immersi ancora una volta nell’America della provincia, quella dimenticata, che raramente si vede sul grande schermo. Con il film precedente avevamo scoperto la zona montuosa del Missouri, nel cuore degli Stati Uniti, questa volta siamo catapultati in un altro remoto angolo dimenticato da Dio, in mezzo a un bosco che si trova alle porte di Portland in Oregon, in un accampamento isolati dal mondo dove vivono un padre (Ben Foster) e una figlia  di nome Tom (la bravissima australiana Thomasin McKenzie). Lui è un veterano della guerra in Iraq affetto da PTSD (il disturbo da stress post-traumatico), argomento che già la regista aveva trattato in Stray dog su un veterano del Vietnem. Lei ha tredici anni, ma è molto più matura della sua età. Entrambi vivono nel loro piccolo microcosmo lontani dalle tecnologie e dalle relazioni, immersi nella natura, alla Into the wild di Sean Penn per intenderci. E’ quello il loro modo di vivere, libero e senza legami, se non il loro.

Se non che (la storia vera da cui è tratto il film è divenuta una specie di leggenda nell’area di Portland, ma la pellicola è anche tratta dal libro di Peter Rock My Abandonment) un giorno, dopo quattro anni, vengono trovati nella riserva naturale e saranno costretti a lasciare il parco per essere affidati agli agenti dei servizi sociali. Proveranno ad adattarsi alla situazione. Per assurdo -beffardo il destino- lui per lavoro dovrà disboscare i pini per poi venderli come alberi di Natale. Ma come può un pino che cresce rigoglioso nel bosco trasformarsi in un albero di natale, chiuso in un appartamento con tanto di lucine? Allo stesso modo lui non ce la fa. E scappa verso una natura ancora più selvaggia. Verso la sua natura. Che però non è la stessa di sua figlia. E’ lì che il loro rapporto inizia a vacillare. Tom è stanca di scappare e in parte è attratta dalla civilizzazione. Vorrebbe fermarsi. La simbiosi finisce. Il loro microcosmo autosufficiente si spezza e si separano l’uno dall’altra. Con sofferenza, ma con amore. Proprio come ogni figlia da ogni padre. Solo in questo modo Tom potrà affermare non solo una propria identità, ma anche quella libertà (tanto agognata da entrambi nel loro modo di vivere) che solo la vera crescita può veramente dare.

Senza lasciare traccia diventa così una bellissima storia universale. Il tutto raccontato con linguaggio semplice e toccante allo stesso tempo e reso ancor più bello da un’interpretazione da applausi di Thomasin McKenzie, che regala al suo personaggio un’incredibile intensità. Una brava giovane attrice, come Jennifer Lawrence, altra rivelazione in qualche modo scoperta sempre dalla Granik.

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