Sansone

Ennesimo esemplare dell'onda cinofila hollywoodiana, questo tratto dal fumetto di Anderson è indubbiamente tra i film canini peggiori. Soporifero, scontato nella morale, sconcertante nei presupposti

4 Agosto 2010
1/5
Sansone
Sansone

Beverly Hills Chihuahua di danni ne ha fatti. Va bene, quel film era la novità, l’origine di una tendenza, una vincente intuizione. Eroi a quattro zampe, facce teneramente ottuse e occhioni enormi e umidi come palle nere di gelatina. E parola. Il verbo si fece cane. E non si sarebbe più fermato.
Da Bolt a Io&Marley – ma almeno qui il labrador si limitava ad abbaiare – la cinofilia è l’ultima, già stinta, new wave hollywoodiana. Che non mira ai bambini, come si sarà capito, ma alla sterminata platea di signore con guinzaglio e impettiti intenditori di pedigree canino. Se poi i cani in questione rivelano spiccate attitudini umane, a compiacere credenze innate e autosuggestioni di padroni e mammalucchi, il gioco è fatto. Ed ecco Sansone, ultimo esemplare dell’ondata a quattro zampe: 90 chili di inetta goffaggine per l’alano creato dalla matita di Brad Anderson che passa al grande schermo e segue la famiglia Winslow in una nuova ipotesi di vita. Destinazione California dove tutti, umani e non, dovranno ambientarsi e rinverdire abitudini. Quelle di Sansone sono dure a morire e, dopo una breve ascesa nella società multirazziale – o multi-pedigree – che vivacchia tra parchi e party, l’inciampo è dietro l’angolo e la morale, con tanto di lupus in fabula, pure: un terrificante mastino gli insegnerà come accettare se stesso e accogliere gli altri, in un trionfo coreografico (immancabile il balletto finale) della diversità, che è musica nelle orecchie della buona integrazione. Come dire, da Esopo a Orwell, gli animali possono ancora dirci qualcosa sul nostro modo tutto umano di essere bestie. Peccato che il film di Tom Dey (Shanghai Noon) non si scuota mai un momento, accucciato su se stesso, quasi fiducioso che la fisiognomica dei suoi interpreti canini basti e avanzi. Mai una zampata, una nota stonata, un guizzo d’inventiva e un tocco di poesia. Come se Sansone fosse un film addestrato: solite gag, pigro assemblaggio narrativo, arrugginiti schemi senso-motori. E non serve la buona sintonia del doppiaggio – Owen Wilson dà voce al protagonista nell’originale, Pupo nella versione italiana – per ravvivare un prodotto soporifero come pochi, decisamente sotto la media. Persino antipatico quando gioca con gli stereotipi – pastori tedeschi con sindrome da gerarchi nazisti, collie dall’accento francese a evocare improbabili “chienne fatale”, pinscher rabbiosi e meticci messi ai margini – o vuol convincerci che costringere i cani a scimmiottare gli uomini sia l’unico modo di regalargli la scena. Poi è chiaro che i drogati di cani si emozioneranno senza tanti sofismi, perché la passione è passione e l’amore è cieco. Potessimo ogni tanto cavarci gli occhi anche noi…

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