Ruggine

Il mostro di Dusseldorf si è fermato in Piemonte e ha fatto una brutta fine: che noia la fiaba nera di Gaglianone alle Giornate

31 Agosto 2011
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Ci sono film belli e importanti, brutti e sbagliati. E film come Ruggine. Che sarebbe meglio dimenticare. Tra le mani Gaglianone aveva un progetto interessante, una fiaba nera ambientata in una periferia del nord Italia negli anni ’70, dove i piccoli figli di immigrati (meridionali e non) giocano come possono e spesso come non dovrebbero, organizzati in bande a simulare guerre. Che poi tanto innocenti non sono. Del resto la durezza è di casa, e il male altrove: arriva da chissà dove, intabarrato in abiti perbene, e dove può s’incista.
L’orco è un pericoloso pedofilo. Gira con la sua macchina elegante, sempre lucida, infilata spesso tra gli spazzoloni di un autolavaggio, perché fondamentale è “apparire” puliti (è una delle tante ricorrenze visivo/semantiche del film, e uno dei suoi vezzi più odiosi: metaforizzare di continuo il racconto). E’ il nuovo pediatra del quartiere, un signore con la laurea in un mondo di operai. Viene rispettato da tutti, mentre lui si “prende cura” dei loro bambini. Grugnisce che pare un maiale, come Peter Lorre fischiava (M – Il Mostro di Dusseldorf) e Robert Mitchum cantava (La morte corre sul fiume). Peccato che orco Filippo Timi non abbia medesima efficacia. Esagertamente aberrante. Una brutta caricatura.
E poi ci sono i tre bambini che hanno la sventura d’incontrarlo e la fortuna di sopravvivergli. Un piccolo capobanda siciliano, Carmine. L’amico esile, figlio di immigrati pugliesi, Sandro. E la bella e dura del gruppo, Cinzia. Il film si sdoppia: tra un momento della loro infanzia già adulta e quello dopo, della maturità incatenata all’infanzia.
Gaglianone alterna senza soluzione di continuità passato e presente, e va bene, vista la loro forte compenetrazione; va bene anche scegliere modalità diversificate di messa in scena per esprimere le prospettive dell’età acerba – spazi aperti, carrelli e dolly di una stagione tutta proiettata in avanti – e quelle dell’età adulta – immobile, rigidamente chiusa tra spazi gretti e angusti. Non va affatto bene invece il rigido meccanismo di causa/effetto adottato dal regista, come se tra eventi separati da oltre 30 anni ci fosse una stretta consequenzialità. Si fatica a credere che gli esseri umani non abbiano evoluzioni psicologiche più complesse.
Sono personaggi, questi, senza sfumature. Non recano le tracce nascoste di un trauma come ci si aspetterebbe, ma ne esibiscono le stimmate, in un’esplicita rimessione di subconscio e di psicanalisi socializzata. Così Carmine (Valerio Mastandrea) tira fastidiose filippiche agli amici del bar; così Cinzia (Valeria Solarino) rigurgita disillusa profondità, rabbia e vecchie storie di violenza ai gretti e stereotipati colleghi del consiglio di classe.
Discutibile inoltre il perfetto bilanciamento tra le due parti, in termini di durata e d’importanza: avremmo desiderato seguire maggiormente la storia dei bambini – non particolarmente simpatici per la verità e nemmeno diretti benissimo – e invece dobbiamo interromperla di continuo, per sapere che da grandi non sono cresciuti granché e che passano il tempo in attività a basso intrattenimento: ad esempio, per dirci che tra i tre ragazzini l’unico ad avere superato brillantemente la prova di maturità è Accorsi/Sandro, Gaglianone c’impone interminabili sequenze di gioco col figlio (quel gioco che, quando Sandro era piccolo, il padre gli aveva negato e l’orco rubato: viva la retorica!), che sono uno strazio per lo spettatore. E che dire delle banalità profuse dai professori e dalla stessa Solarino? O della lezioncina sulla predestinazione sociale di Mastandrea, sempre sciatto e uguale a se stesso?
Peccato. La vicenda, tratta dal romanzo di Massaron, era roba incandescente. Ma Gaglianone – preoccupante la sua involuzione – sceglie un modo tutto italiano per trattarla: preferisce cioè esibire una patente autoriale piuttosto che mettersi al servizio della storia e dei personaggi. Confonde la tecnica con lo stile, rimane prigioniero della carta per quanto riguarda i dialoghi, si rivela poco agile nel costruire le situazioni. Non trova nemmeno una forma convincente (né orrorifica né onirica né drammatica: quale allora?) per esprimere ciò che una narrazione, forse meno ambiziosa ma più aderente al soggetto, avrebbe saputo fare.
Abbiamo citato prima due capolavori del genere come M e La morte corre sul fiume non a caso: sono film realizzati oltre 50 anni fa, costruiti secondo regole classiche, attenti alle psicologie e sensibili ai dettagli che sanno comunicare sotto la superficie delle cose. Erano film in apparenza più facili ma di fatto profondamente ambigui, inquietanti, sinistri. E il bello è che sono ancora nuovi. Non “nuovi per forza”, come tanto nostro cinema pretende di essere. Quando di originale invece continua ad avere solo il peccato (di superbia).

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