Radio America

Robert Altman malinconico e commovente. Aggiorna Nashville e celebra con poesia (radiofonica)la fine di un'epoca

1 Giugno 2006
Radio America
Radio America

Come Moulin Rouge! di Luhrmann è la panoramica fibrillante, attuale, del sincretismo del Novecento Picture Show occidentale, nelle forme della contaminazione, del riciclaggio, del lirismo, Radio America è il romanzo della malinconica sorte dell’umanesimo di quel Picture Show, che cerca, più che un fine, “il senso della fine”, come direbbe il critico inglese Frank Kermode. La fusione dei piani temporali è il motore di quella malinconia.
Al Fitzgerald Theater di St. Paul, Minnesota, sta per cominciare l’ultima puntata del programma radiofonico più celebre degli Stati Uniti d’America. Meryl Streep e Lili Tomlin, le sorelle Yolanda e Rhonda, vestite da ragazze di prateria cantano country blues in microfoni zigrinati a patata, anni ’50, ma sulle aste di fianco ci sono anche gli shure direzionali anni 70. Kevin Kline, detto Guy Noir, sorvegliante della compagnia vestito in doppiopetto anni ’40, mima il private eye di Chandler, seduto al bar nella luce opaca e di taglio dei quadri di Hopper. Woody Harrelson e John C. Reilly fanno in duo “Whoop-I-Ti-Yi-Yo” con l’impermeabile, il cappellaccio e la pistola del vecchio West. La coordinatrice incinta del radio-show A Prairie Home Companion, programma del Minnesota in onda dal ’74 su 588 canali locali, usa una cuffia dinamica di collegamento regia anni ’80. Il magnate Tommy Lee Jones che ha deciso di chiudere lo show e fare un museo, arriva con una limousine Chrysler di oggi. Tempi diversi emergono e si fondono. C’è anche un angelo bianco, Virginia Madsen con l’impermeabile di Humphrey Bogart e londulata lucida acconciatura delle dark lady. Lei veglia sulla morte improvvisa di un cantante, veglia sulla fine del programma e sulla fine accorata di tutto, veglia sulla chiusura del sipario nello sguardo commosso e divertito del regista di M.A.S.H., California Poker e America oggi. Diretto nell’ombra del giovane Paul Thomas Anderson per mancanza di copertura assicurativa (“era la mia ombra silenziosa e discreta” ha detto Altman), Radio America è il Nashville dell’allegra morte, emozionante e divertente fino alle lacrime, mozartiano rockblues d’America accolto con applausi calorosi a Berlino dove era in concorso per eccellenza di modestia. E giustamente non è stato premiato per provata dotazione fuoriclasse. Ai tempi di Nashville, che ordinava il caos di una società liberandolo, sul rapporto tra cinema e realtà Altman fu esplicito: “Il cinema è uno specchio. Non si può mostrare la realtà. Realtà è accettare tutto, la realtà è caos, è stupida, mentre la fantasia è ordine. Per questo attraversiamo la realtà per giungere alla fantasia, dove tentiamo di dare senso al non-senso, che è la realtà”. Succede che il cubismo morbido di Radio America sembra perfettamente concentrato a rilevare e mettere in gioco questo rapporto tra cinema e realtà come motivo centrale dell’opera, o meglio l’America-cinema come specchio dell’America-realtà. Tra i dettagli della vita dietro le quinte e la precisione nella ricostruzione dello show, viene da chiedersi come sia possibile tanta struggente ampiezza di sguardo, ormai “oltre” gli Stati Uniti come società-spettacolo, oltre l’Incubo che aveva sostituito il Sogno, nel cuore tenero dello “spegnimento”. Perchè ha scelto A Prairie come show modello del percorso, ma soprattutto del risultato? Forse per la sua natura country californiana, nel senso che suggerisce Baudrillard: “Tutta l’America è diventata californiana” scrive. Di fianco all’ascesa di New York, Baudrillard parla del successo di Dallas nel nome del reaganismo post Nashville e del conseguente regime culturale, che oggi si ammira nellerede Schwarzenegger, governatore di California. Tornando alla questione estetica (ed etica), Altman evita gli errori che Adorno segnala in un capitolo dei Minima moralia intitolato Dietro lo specchio: “Prima regola di prudenza dello scrittore: esaminare ogni testo, ogni brano, ogni periodo e chiedersi se il motivo centrale emerge con sufficiente chiarezza. Uno è talmente preso da quello che vuol dire, è “troppo nei suoi pensieri” e dimentica di dire quello che vuole. Di cento correzioni ognuna può sembrare meschina e pedante; insieme possono invece determinare un nuovo livello». Ebbene, questo è forse il film di Altman più chiaro a cercare un senso mentre espone il metodo.

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