Wes Craven non è passato invano. Tanto che oggi è impossibile concepire un horror che non sia anche una meditazione sul genere e i propri meccanismi di perpetuazione, un testo con tanto di istruzioni per l'uso. Da Scream in poi, si deve necessariamente parlare di meta-genere della paura, un gioco al massacro a metafora zero (epurati sottotesti politici e ambizioni metafisiche, l'horror moderno racconta fondamentalmente se stesso), sublimato dal giochino sadico che coinvolge a un secondo livello autore e spettatore.
Quella casa nel bosco è solo l'ultimo epigone di questa modernità del filone, non più scaltro di altri né meno divertente. C'è un pezzo di The Avengers nella sua germinazione, perché il regista a cottimo della Marvel, Joss Whedon, è qui sceneggiatore e produttore, e perché tra i suoi interpreti c'è un certo Chris Hemsworth, alias Thor, camuffato dietro a un taglio a spazzola sbarazzino e una drastica riduzione della massa muscolare. Che quella cerebrale non aveva bisogno di ritocchi (d'altra parte Hollywood non pretende dall'attore australiano che faccia, addome, petto e bicipite). In regia l'esordiente Drew Goddard, che aveva in curriculum però il florido sodalizio con J.J. Abrams (è stato produttore e sceneggiatore nelle serie tv Alias e Lost). Un teorico più che un artigiano: e di fatto la sua macchina da presa ricrea situazioni e convenzioni del genere con pedante applicazione, senza menarla troppo né con gli estetismi alla Aja, né con i freddi esercizi di suspense che pure avevamo apprezzato in un altro neofita del filone, Bryan Bertino, autore del raffinato The Strangers.
No, qui è tutto scrittura e ri-scrittura. Teoria e dimostrazione. Un raddoppiamento del testo simmetrico alla continua messa in abisso dello sguardo: il film dell'orrore che vediamo - dalla trama archetipica: un gruppo di ragazzi che decide di passare il weekend in un'isolata casa di campagna infestata da morti viventi - è visto a sua volta all'interno del film, perché è una messa in scena orchestrata da un gruppo di tecnici e scienziati che, da una sala operativa, controlla quello che sta avvenendo. Simulazione simulata, rifrazione di sguardo, metacinema ed etica pulp: insomma tutto l'abc dell'horror post-moderno, ironia inclusa.
Un esperimento controllato eppure efficacissimo, sospeso tra l'omaggio e la derisione, con due-tre momenti di grande ilarità (uno di questi è senza dubbio la carneficina finale che coinvolge tutta la genia dei mostri della storia, da It agli zombie), plasma a go-go e un paio di irriverenti camei (Richard Jenkins e Sigourney Weaver). Si poteva forse evitare una spiegazione plausibile (aggettivo da prendere comunque con le pinze) mantenendo tutto sul filo dell'ambiguità, curare alcuni raccordi e dettagli, scegliere vittime meno inespressive. Si poteva rifinire meglio anziché "tagliare con l'accetta". Ma è un distinguo che in un horror può suonare decisamente pleonastico.