Quattro vite

Arnaud des Pallières riflette sulla femminilità. Riavvolge, dilata, costruisce segmenti diversi per immergersi nella complessità di ogni giorno. Con Adèle Haenel, Adèle Exarchopoulos e Gemma Arterton

24 Agosto 2020
3/5
Quattro vite

Ritratto di donna in quattro movimenti, rimescolando il tempo, i decenni. Senza rispettare una cronologia lineare. Si procede al contrario, per poi tornare al presente, come se fossimo in Memento di Christopher Nolan. E la partenza è in chiave thriller. Una detenuta misteriosa viene rilasciata e incontra una sua vecchia conoscenza, che nel mentre ha nascosto la sua identità. Sembrerebbe l’inizio di un heist movie, l’incipit per una nuova giungla d’asfalto. Ma il regista Arnaud des Pallières cambia subito direzione.

Prende la sua protagonista e la scompone. Quattro volti per descriverla in momenti diversi della sua esistenza. E non gli interessa la verosimiglianza, il mutare dei lineamenti. La nostra eroina ha fisicità diverse, come la fiamma di Quell’oscuro oggetto del desiderio. Però l’obiettivo non è quello di accostarsi al surrealismo, ma di trasmettere un sentimento di universalità. Anche i nomi non sono gli stessi: oggi Renée, a vent’anni Sandra, a tredici Karine, e da bambina Kiki.

Quattro vite è un nastro che si riavvolge, un percorso all’indietro, fino alla resa dei conti. È una riflessione sulla femminilità, sull’erotismo, sulla violenza, sull’abbandono. E anche sulla maternità. Kiki ha dovuto imparare presto a cavarsela da sola, Karine ha conosciuto le botte prima delle pulsioni dell’adolescenza, Sandra ha trovato la libertà attraverso il proprio corpo. E Renée? Forse rappresenta una maturità mai raggiunta. Sempre braccata dai rimpianti e incapace di caricarsi sulle spalle le proprie responsabilità.

 

Arnaud des Pallieres trova un giusto equilibro tra i quattro segmenti, lavorando sulle luci, che si fanno sempre più accese. Mette insieme un cast di dive: Adèle Haenel, Adèle Exarchopoulos e Gemma Arterton. E non ha paura di immergersi nel torbido, di mostrare. Quattro vite è decisamente più riuscito dell’incolore Michael Kohlhaas con Mads Mikkelsen, e si avvicina ai toni convincenti di Parc, che des Pallieres aveva tratto dal romanzo Bullet Park di John Cheever.

Con occhio da documentarista, il cineasta indaga su una condizione umana estrema, senza enfatizzare i traumi, e forse calcando la mano solo nell’ultima parte. Ancora una volta denuncia l’infanzia cancellata, la perdita dell’innocenza nella società del consumo. Come aveva mostrato in Disneyland, mon vieux pays natal, dove il celebre parco divertimenti si trasformava in un’occasione per condannare i mali del nostro tempo. Quattro vite ne segue la scia, confermando il talento di un regista non convenzionale. Il film era stato presentato al Festival di Toronto e poi a quello di San Sebastian nel 2016. Da noi arriva in sala quattro anni dopo grazie a Movies Inspired.

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