Qualcosa nell’aria

Assayas torna al (suo) '71: l'adolescenza tra rivoluzione e ricerca individuale. Nostalgia canaglia

16 Gennaio 2013
3/5
Qualcosa nell’aria
Après Mai

La corrente maoista, la sinistra proletaria, la manifestazione repressa dalla polizia nel febbraio del ’71 a Parigi: il 24enne Richard Deshayes, militante di VLR (Viva la Rivoluzione), perde un occhio dopo che un fumogeno lo colpisce in pieno volto, il liceale apolitico Gilles Guiot è arrestato dalla polizia mentre rientra a casa, poi condannato a sei mesi di prigione di cui tre con la condizionale per fantomatiche “violenze a un agente”. Sono questi due episodi a scuotere il dibattito e la mobilitazione giovanile: da una parte c’è chi – in nome di una politica garantista – vorrebbe rilanciare il movimento liceale e strutturarlo intorno ai gruppi trozkisti, dall’altra chi – rifuggendo qualsiasi logica di organizzazione – è sempre pronto allo scontro.
Questo è lo scenario in cui si apre Après Mai (Qualcosa nell’aria, da noi) di Olivier Assayas, film dichiaratamente autobiografico in cui il regista francese torna agli anni della sua adolescenza, “malinconica ma caratterizzata da un forte amore per la vita”. Per raccontarcela, affida all’alter ego Clément Métayer la parte di un liceale (Gilles) diviso tra l’impeto rivoluzionario e il percorso artistico/individuale: l’affresco di un tempo ormai irreplicabile e perduto viene (ri)costruito dal regista di Carlos in maniera consapevole e nostalgica. Dopo quel maggio del ’68, ci ricorda Assayas, in Francia la generazione dei giovanissimi è alle prese con un presente che, all’orizzonte, sembra offrire la rivoluzione mancata qualche anno prima: il contesto è quello, ma la spinta all’emancipazione che porti alla crescita individuale, marcata dalla forte ispirazione che il fuoco dell’arte può richiamare, è altrettanto presente. E condiziona il percorso di Gilles, delle persone a lui vicine – gli amori Carole Combes e Lola Créton, gli amici Félix Armand e Hugo Conzelmann -: la politica, la musica (Assayas ascoltava gente niente male e, vivaddio, ogni canzone nel film viene fatta “parlare” fino alla fine), il ragionamento sul dibattito tra cinema “agitprop” e cinema come forma espressiva, sulla ricerca di una “sintassi” che si elevasse rispetto alle forme “borghesi” predominanti, la controcultura e la controinformazione, Après Mai è lo sguardo di chi sa che il cinema può “resuscitare tutto ciò che si è perso, amato”. Assayas non si nasconde, “l’arte è solitudine” fa dire ad un personaggio del film, ma lotta per un’arte che si faccia portatrice di ricordi e idee. Che contempli l’amore e la natura, la morte e la tristezza, che parta da Terrapin di Syd Barrett (prima traccia del magnifico The Madcap Laughs) e arrivi alla dolente, fantastica Decadence di Kevin Ayers. In mezzo, le poesie di Gregory Corso (I Am 25), estratti di film (Joe Hill di Bo Widerberg, Laos, images sauvées di Madeleine Riffaud, Le courage du people di Jorge Sanjines) e poca innovazione in termini di “sintassi”: ma la rivoluzione, si sa, il più delle volte è un’utopia.

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