Pinocchio

Robert Zemeckis ragiona su quanto sia difficile essere figli, ma l'adattamento live action del classico animato è fiacco, insapore, frettoloso. Su Disney+

12 Settembre 2022
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Pinocchio
Photo courtesy of Disney Enterprises, Inc. © 2022 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved.

Chi tocca Pinocchio, di solito, gioca con il fuoco, e non solo perché il materiale è infiammabile. Ogni classico è un testo aperto, lo sappiamo, quindi la lesa maestà è un concetto anacronistico, figurarsi poi se noi altri si possa accusare un genio dell’industria creativa come Walt Disney di aver ridotto, anestetizzato, edulcorato uno dei capolavori fondativi della nostra cultura.

D’altronde per il mondo è il Pinocchio di Disney a dettare la linea, non più l’originale di Collodi, che va da sé è un romanzo molto più perturbante e stratificato. E va da sé che, nell’ormai consolidato processo di adattamento dei classici disneyani in versione live action, la regola principale è tradurre e non tradire quell’immaginario transgenerazionale, al massimo aggiornandolo con cambiamenti che sono sostanziali e non decorativi (in primis maggiore attenzione alle minoranze, genderswap per alcuni personaggi).

Tutto questo per dire che dal nuovo Pinocchio pensato da Disney per il consumo domestico (su Disney+) non potevamo aspettarci molto più di ciò che si propone, benché a girarlo sia stato arruolato uno come Robert Zemeckis. Che non è solo un premio Oscar ma anche uno dei massimi autori del cinema americano, un teorico dello sguardo che da sempre ragiona sulla natura stessa del mezzo come dimostrano tutti i suoi film, compresi gli ultimi (pensiamo al post-classico Allied e allo spiazzante Benvenuti a Marwen).

Photo courtesy of Disney Enterprises, Inc. © 2022 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved.

Allora sarebbe facile risolverla così: quello di Zemeckis è un lavoro su commissione, indolore e insapore, che ripropone un suo marchio di fabbrica (la convivenza del mondo reale con quello finzionale: gli umani e i cartoon), in cui è coadiuvato dal sodale storico Tom Hanks in un ruolo che in questa fase della carriera gli si confà particolarmente (Geppetto, archetipo paterno), ma privo di magia, brio, profondità.

Una cosa è certa: il Pinocchio di Zemeckis è il bignami di un’operazione, quella del 1940, che era a sua volta già un condensato del libro di Collodi. Se la referenza è la restituzione americana – e cinematografica – dell’opera (e la ragione è industriale, perché tutto avviene nell’alveo rassicurante e coercitivo dell’universo Disney), non possiamo pretendere una maggiore fedeltà al testo e al suo spirito.

Esteticamente stucchevole, narrativamente fiacco, emotivamente freddo, Pinocchio ha l’apparenza del pilot di una serie, frettoloso com’è nel provare a chiudere il film quasi a volerne annunciare un’espansione futura. Peccato che la storia finisca proprio così e che semmai a essere sacrificato è tutto il percorso dell’eroe . Nonché i comprimari: la fata black di Cynthia Erivo è poco più di una comparsa, il Gatto e la Volpe appaiono e salutano, Lucignolo è una mera funzione. Poi spunta una gabbiana, chissà perché con tutto il bestiario che c’era a disposizione nel libro.

Che sia un Pinocchio spolpato è chiaro allo stesso Zemeckis, che infatti decide di concentrarsi su un solo tema, un po’ per distinguersi dalle altre trasposizioni e un po’ per salvare l’onore personale e della baracca in generale. E il tema è l’essere figli. Geppetto dichiara subito che il burattino (in realtà è una marionetta) è il surrogato del figlio morto, dunque Pinocchio sa di dover competere con un fantasma. Il suo obiettivo è farsi accettare dal padre-creatore, essere all’altezza delle sue aspettative e del suo dolore, riuscire a essere il bambino vero che quell’uomo desidera disperatamente.

Photo courtesy of Disney Enterprises, Inc. © 2022 Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved.

Questo conflitto tra l’essere un pezzo di legno e sentirsi un pezzo di carne si riverbera nell’incontro con uno dei personaggi ideati ex novo, una giovane ragazza menomata che manovra i fili di una marionetta nel teatro di Mangiafuoco (Giuseppe Battiston, macchietta crudele come nel cartoon e non il gigante folgorato dall’emotività del romanzo). Verso l’unica anima pia in cui s’imbatte, Pinocchio prova sentimenti che non conosce: l’attrazione per la marionetta passa attraverso quella per l’umana, a testimoniare il progressivo accesso del pupazzo alla carne. È una fase del suo cammino verso la sua trasformazione in bambino, una scoperta del cuore dentro il ceppo che però è l’unico guizzo di questo film mortificante e sfibrato. Che brucia sul tempo la versione per Netflix di Guillermo del Toro (speriamo migliore).

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