Peppermint – L’angelo della vendetta

Il "bel" cinema reazionario caro agli anni '70. Con Jennifer Garner "giustiziere della notte" candidata ai Razzie Awards

15 Marzo 2019
1,5/5
Peppermint – L’angelo della vendetta

Lei vi troverà. Come Liam Neeson scatenava il finimondo per salvare sua figlia in Io vi troverò, così Jennifer Garner si trasforma nel più classico degli angeli della vendetta. Una famiglia tranquilla, una vita normale sconvolta dalla violenza. Il bel marito è anche invischiato in traffici loschi, e la tragedia è inevitabile.

“L’eroina”, pazza di dolore, sparisce dalla circolazione, e fugge verso l’Oriente. Gira il mondo, diventa un ibrido tra Stallone, Schwarzenegger e Van Damme, e fa anche impallidire il nostro contemporaneo John Wick. Torna in patria in versione macchina da guerra: pilota automatico inserito, mattanza assicurata. E quale sia stato il suo “allenamento”, lo possiamo solo intuire. I cattivi tremano, e lei non ha pietà. È un giustiziere della notte. Ma non quello di Charles Bronson, che in un modo o nell’altro ha segnato un’epoca.

In Peppermint siamo dalle parti del remake targato Eli Roth. Torture dozzinali, urla al crepuscolo, una regia di stampo elementare, che non osa nulla. L’impianto è quello di un film in stile anni Settanta, reazionario, che sfida le istituzioni e indica lo Stato come il primo nemico. Poliziotti corrotti, la giustizia che non funziona, il cittadino comune che deve imbracciare il fucile e riscrivere le regole. Ma da allora sono passati quasi cinquant’anni.

 

Il regista Pierre Morel in qualche modo si ispira a Peter Berg, all’ex stuntman David Leitch, con i suoi John Wick, Atomica bionda e a breve il nuovo capitolo di Fast and Furious. Non porta gli effetti speciali all’esasperazione come Michael Bay, ma dilata i rallenty come un John Woo senza inventiva. Peppermint appartiene al passato, si rivela addirittura peggiore del precedente lavoro di Morel: The Gunman, con un irriconoscibile Sean Penn.

Almeno in From Paris With Love si poteva fare affidamento su un pittoresco John Travolta, che non esitava a impugnare un bazooka in mezzo alla città. Chi stava al gioco, poteva anche divertirsi. Qui invece i personaggi sono amorfi, visti cento volte. Jennifer Garner resiste a ogni assalto, resta in piedi dopo accoltellamenti e colpi di pistola che stenderebbero una tigre. Sembra una copia sbiadita di Elektra, fa il verso a Nikita di Luc Besson e a Charlize Theron in Aeon Flux.

Gli unici brividi si hanno quando decide di appendere tre malviventi a testa in giù alla ruota panoramica di un Luna Park. Si crea il panico, i telegiornali gridano all’apocalisse, e per un attimo si spera in una risalita della vicenda. Che però non arriverà mai. Garner è stata candidata al Razzie Award (l’opposto degli Oscar) come peggior attrice dell’anno. È stata sconfitta da Melissa McCarthy per l’interpretazione di Pupazzi senza gloria. Una bella battaglia.

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